Da quanto tempo sono qui?

‘Primavera non bussa, lei entra sicura’.
Da quanti giorni guardo questa finestra. Una bella finestra. Duecento giorni. Forse più. Lo stesso rettangolo. Ogni mattina studio la luce, ne osservo i cambiamenti. E dico: ora scrivo. Cosa scrivo? La luce conquista spazio. Non ha il fulgore del sud. E’ sempre un po’ pallida. Ma i raggi provano a rispecchiare qualche favilla. Potresti essere depresso, malato e vivere in un condominio. Invece hai una finestra luminosa: c’è una grande magnolia, degli alberi molto belli che credo siano pini. Quante cose non so. Questi mesi di ‘malattia’ (è una malattia? È un infortunio? E’ un incidente? La parola migliore l’ha scovata il primario: è un naufragio. Ci si salva da un naufragio? Nel mediterraneo, molte volte no. Qualcuno sì). Un’antenna della televisione si intrufola in primo piano e scintilla al raggio di sole che la colpisce. Si intravede un vecchio tetto. Da quanto tempo non esco da questa stanza? Perché non esco? Rispondo: sto aspettando. L’attesa è una tempo che non ti appartiene. Fino a qualche settimana fa, stava aspettando di guarire, mi avevano fatto capire che era possibile. Lo aveva detto subito anche il medico del pronto soccorso, mentre il sangue ruotava nel mio cervello: si guarisce, appariva sicuro. Adesso penso che non diceva la verità, non so se lo sapesse. La malattia, se è una malattia, si sistema dentro di te e occupa sempre più spazio. Riappaiono vecchi amici. Sono grato a tutti loro. Rintano i pensieri, non vedo i loro occhi, la pandemia sconsiglia visite. Dove abitano gli amici? Lontano da qui. Ieri per la prima volta ho telefonato a un amico medico e ho chiesto…ho chiesto cosa potesse essere questa sensazione sotto la pelle delle gambe (all’altezza dei polpacci, dei ginocchi, delle cosce), sensazione che non so descrivere, che non so raccontare: non è un prurito, non è un dolore: è una ‘presenza’ che si forma, con qualche lentezza, quando mi alzo dal letto e cresce durante il giorno. Ho capito questo: ci sono fili del mio cervello che passano vicino alla ferita (cicatrizzata) dell’arteriola che non ha retto l’urto dell’onda di sangue. Ora chiedo: ‘Sarà per sempre?’. Sì. Lo dice senza incertezze, fa male sentirselo dire. ‘Ma camminerai’. Io ora dovrei scrivere: per fortuna ho attraversato mezzo Portogallo a piedi. Il passato non consola, non rimedia, non affronta. Dovrei considerarmi fortunato: non sono paralizzato, su una sedia a rotella, a quindici anni, in un ospedale iraqeno. I vecchi non camminano, accontentati di quello che hai vissuto, dice B. Non appartengo a quei pochi fortunati che ho visto camminare a Santiago con dieci anni più di me. Devo promettere un impegno, giuro che ‘camminerò’. Il sole sta arrivando, fra un’ora mi impedirà di vedere lo schermo. Il cielo da diventando azzurro. ‘Camminerò per cinquecento chilometri?’. E’ quello che desidero, solo quello che desidero. No, vorrei anche fare all’amore. Da quanto tempo non accade? Vorrei non sentirmi sperduto quando apro il frigorifero e cerco di forzarmi: prepara qualcosa, sfoglio una ricetta, il loro linguaggio non è incoraggiante, come una prescrizione medica, presuppone che tu sappia, che tu abbia l’attrezzo giusto, che tu sappia usare un minipimer. Ogni giorno che passa c’è una incompetenza in più che ti lascia indietro. Mi ostino a pensare a una rivista da fare, ma ragione come se fossero cinquant’anni fa: le pagine hanno perso, da tempo il loro smalto, possiamo chiuderle. Chiudere la rivista, chiudere la casa di matera (quanti scatoloni, dove si mettono gli scatoloni, gettare via tutto quello che è stata la tua vita fino a sei mesi fa), chiudere la casa di san casciano (gettare via il tavolo che ti ha seguito da quarant’anni: mi ricordo la scena di lei che smonta la sua casa in africa, attorno a lei c’è la pioggia danese, ‘avevo una fattoria in Africa’ e i vicini si prendono ‘le cose’. B. si mise a piangere: lei ha vissuto quel momento. Adesso sto per viverlo io). Riappaiono le antiche foto dell’Eritrea, una mostra. Cosa ne facciamo? Era meglio se non apparivano.
Un amico mi consiglia una psicologa. Le telefono sul serio, ma lei appartiene ai ‘decisionisti’ e mi fissa un appuntamento (on line) per il 15 marzo. Oggi dovrei disdirlo.
Mandiamo la lettera per abbandonare la casa di Matera, prima che accadano guai.
Ieri senza alcuna cura, ho impastato. Acqua farina, lievito di birra (scusami, I.). A caso, senza interrogarmi sulle quantità. Ne è venuta fuori una pagnotta. Ha lievitato per ore e ore, me ne ero dimenticato. Sa di lievito infatti, ma non è da buttare.
Muoiono tre giovani uomini in una lontana Africa. Ed è un dolore che si pianta fra le ossa del torace.
C’è un contrasto: la televisione rimanda le scene dell’oppressione della pandemia, il mondo sembra non avere speranze, ma, fuori, per strada, la gente vive con apparente tranquillità. C’è una frontiera fra ospedali e strade.
L’emorragia è cominciata sei mesi fa. Il mio tempo appartiene all’attesa. Non misuro più la pressione.
Ho due buste: in una ci sono referti, esami invecchiati, numeri e cifre che non so decrittare. Credevo di poter tenere sotto controllo il corpo. Poi ci sono tutte le carte successive al naufragio. Potrei ricostruire.
E adesso ho letto, pagine scritte da una giornalista, e non da un medico, cosa accade con un ‘prelievo lombare’, questo non lo sanno spiegare i medici, lo racconta lei. Adesso so, mi alzo, fingo di non sapere, vado a fare colazione. So a malapena scaldare il caffè e spalmare la marmellata senza zucchero sul biscotto arrivati da Sud. Il tempo non mi appartiene. Avverto un ‘qualcosa’ sotto le guance. Sarà per sempre?
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