‘Bisogna credere’

Mi alzo, passi lenti verso il tavolo la finestra il cielo. Senza segni di interpunzione. So cosa vorrei scrivere, vedo le parole, come se qualcuno le avesse disegnate con un filo su una stoffa. Arrivo al tavolo. Sento il sedere scivolare sulla paglia dura della sedia. Ho toccato il tasto sbagliato? (oramai mi capita spesso, non ho letto le istruzioni, non ricordo le istruzioni): quanto avevo in mente (parole, pensieri, punteggiatura) si è cancellato. Puf, svanito. Lo cerco attorno a me, attorno alla testa, aguzzo la vista, fisso un punto lontano come se la frase si fosse nascosta. No, non è lì. Il panno che mi chiude la vista, non è più nemmeno bianco. E’ senza colore. Non è nemmeno trasparente. Non è.

‘Sei matto a leggere cose terribili’.

Non leggo, apro una pagina, due righe, poco più. Rimangono piantate lì. Poi vedo che ti muovi mentre lavori e i ragazzi attorno a te impugnano fucili. Al telefono mi dicono che hanno venduto tutti i libri. Puntura di invidia. Avrei dovuto combatterla fin da bambino. Me la sono portata dietro, non c’è assoluzione.

Queste parole sono un incastro senza significato, non ricordo quel che volevo scrivere, allora lego, le une alle altre, parole che appaiono sulla punta delle dita: non hanno un filo. Sono, anche loro, un inganno utile a riempire un quarto di cartella e a far scivolare il tempo dalle 9.34 alle 9.37. Esci, vai fuori, cambia paesaggio.

La grande casa si è riempita di scatole. Sono cominciate le manovre dello sgombero. Sono riapparse quaranta pagina di un racconto amazzonico: devo averle scritte, i personaggi sono i miei, in quei luoghi sono andato, ma la mia scrittura è diversa. Ora questi fogli sono sul mio tavolo in attesa di scomparire di nuovo. Ragazzi, non accumulate ‘le cose’, poi vi è il gesto di liberarsene che produce un dolore graffiante. Non ho più niente da scrivere. A volte, una parola mi passa davanti, credo di averla afferrata, mi fermo, cerco il taccuino (sono diventati illeggibili i miei taccuini) e lei è svanita. Dicono che è un effetto collaterale. Li ha elencati il neuroradiologo: perdita di concentrazione, di attenzione e poi ha aggiunto ‘senso di inadeguatezza’. Non mi sono rotto una gamba, a ora non ho preso nemmeno il covid (ascolto la voce di amici che lo hanno addosso, scopro di essere fra ‘i dimenticati’), non cammino con le stampelle (ma le mie gambe rallentano ogni giorno di più), la malattia ha indossato una maschera ed è uscita fingendo di essere altra. Nessuno, a prima vista, si accorge delle mie amputazioni.

Non so come mai mi sia venuta in mente F.. In realtà non è apparsa nella mia memoria. Non ricordavo come si chiamasse, avevo presente dove viveva, ho dormito a casa sua, ho mangiato cose buonissime da lei, e, all’improvviso, volevo trovarla, parlarci. Ma come raggiungi una persona di cui non ricordi il nome? Non posso nemmeno ‘triangolare’: telefonare a un’altra persona e chiederle: come si chiama la tua amica che vive nella casa vicino al mare? Non ho punti di riferimento. Ci penso su un’ora buona. Il nome di F. (così sapete che alla fine la mia ricerca ha avuto successo) è lì, da qualche parte, sotto la pupilla, bagnato dalla lingua, morso dai denti e invisibile, nascosto da un panno bianco. Non si mostra. Io non piango, indurisco gli occhi, per un’altra perdita. Ieri mi era accaduto con M.. Non so dove trovarvi. Mi guardo attorno. Riprovo sull’agenda del telefono. Nessun back-up vi farà riapparire. Aspetto di essere avvolto in una dimensione senza memoria. Ricordo frammenti di corpi. Pezzi di pelle. Un seno, un capezzolo, una tenda. Mi chiedo perché non siamo rimasti a letto. Questo non c’entra. A volte funziona lasciare andare il pensiero-ossessione e pensare a qualcosa di altro. Sono quasi certo che si chiami F.. Non è difficile, dunque. Scorro tutte le F. che ho racchiuso in questa scatoletta lucente che è un cellulare, sull’orlo di spezzarsi. Faccio in fretta: a volte ho avuto intelligenze, ho messo dei segnavia. Spesso i miei segnali sono incomprensibili: scrivo sangue per ricordarmi che è una cerimonia dove appare un Cristo sanguinante. Questa volta, ho scritto il nome di un paese: è lei F.. Centroamerica. Volevo un ricordo, è finita bene, l’ho ritrovato, ma vedo gli occhi degli amici che sussurrano: ‘sta peggiorando’. Ricordo quando dovevano andare a riprendere Mario che andava sempre in una direzione opposta. Ricordo una casa nella quale, con un frammento di scotch, si lasciavano avvisi: ‘questo è un dentifricio’, ‘questo è un coltello’. Devo riconoscere che questo può accadere. Ho un pensiero incattivito: perché accade a me e non a te che stai leggendo? Mi guarderai con occhi di compassione mentre non trovo la strada di casa e avverto il panico salire. Ma io non sto così male. Almeno per ora, non ancora.

Non vedo H. da decenni. La pandemia e la malattia è un filo irresistibile: il desiderio dei ricordi. H,, ogni notte, prima di addormentarsi sfiora con una goccia di profumo. ‘Se non dovessi svegliarmi, almeno avrò un buon odore’. H. è più brusca, dice: ‘Almeno non puzzo’.

Guarda un cinema, le sue poltrone vuote, si gira, le riconosco il sorriso: ‘ehi, ti ricordi quando le sale erano piene’.

Una ragazza che si sdraiò accanto a me e disse: ‘Un salutino’. Ne ricordo la dolcezza. Si alzò, se ne andò, a volte ho avuto pensieri ingenerosi: ‘Aveva ottenuto quel che voleva’. Non ricordo come ti chiamavi. Chiedo. Mi dicono il tuo nome.

Nella scatola vasi di ceramica nera, storie d’Africa, dischi preziosi di Hendrix e Beethoven. Appunti che stanno cancellandosi da soli. Il passato non esiste più. Appoggio le scatole sulla bancarella, faccio una giravolta e saluto la mia vita.

si è appoggiato alla finestra. E senza guardarmi ha detto: ‘Bisogna credere’.

ha avuto una diagnosi di tumore. Verdetto arrivato dopo un bel viaggio. La sua malattia è arrivata qualche giorno prima della mia lacerazione alla testa. Anche per lei sono passati sei mesi. I cicli di chemio sono finiti. Ma ci sono ancora interventi, visite, esami, punture. Ci ho messo un po’ a ricordarmi di lei. E’ solo una voce. Una voce bella. Dice: ‘Ho letto quello che hai scritto e mi è venuta voglia di dirti che la mia voglia di star bene non se ne è andata. C’è ancora voglia di fare, le storie possono andare avanti’. ‘Tu hai sensibilità’. Rimango seduto, dove sono finito? Io ho sensibilità?

Il pallone a spicchi ha strani rimbalzi. Un’isola al di là dell’oceano, un vecchio con cento nipoti, una sfida alle burocrazie, ti portiamo via, ti salviamo. Sei tu che ti salvi. Cancelli il tuo passato. Le pagina di un libro e la storia di un vecchio in qualche modo ci uniscono. Non ho idea di come sia possibile. Se vuoi c’è anche la pallacanestro. Avrei dovuto continuare ad allenare.

Smettila di usare i condizionali.

La psicologa insiste: stai chiedendo aiuto. ‘Io verrò all’appuntamento. E tu?’

‘Abbiamo avuto tutti il covid’. Anche la mamma vicino ai cento anni. Ne siamo usciti tutti.

Lo sai? Scrivi meglio di prima. Di prima, quando?

Ho un pensiero orribile, orrendo: avrò un brivido di soddisfazione quando ti ammalerai. Seppellisco la mia colpa, che non la veda, che non riemerga, ma io so che è lì, un palmo sottoterra. Scavo di nuovo, allargo la fossa e la spingo più in giù. Non sono io, questo pensiero da assassino. Devo uscire, ma dopo mesi conosco ogni passo qui fuori, l’incrocio, il semaforo, la stiratrice, la farmacista, il giardino sul canale, l’albero (il suo nome è sparito: diventa giallo alla vigilia dell’inverno, è bellissimo). Vorrei cambiare scenografia, incuriosirmi.

Non sei l’unico che non riesce più a leggere. Anche io comincio cinque libri, leggo venti pagine e poi rimangono lì. Si guardano le ‘serie’. Hai Netflix? No. Altri libri suonano alla porta.

Sono in molti che faticano a leggere. Mi hanno detto di chiamarla fatigue. A pagina 115, libro-carta vetrata, viene tradotta in ‘astenia’, privo di forza. ‘Può diventare cronica’, ma non si vede, non è considerata invalidante, mi precisa, mezza pagina dopo, F. Non mi risollevo? Non mi faccio più nemmeno pena, di fronte alla tragedia che mi circondano. Le meno grave: L. ha il covid, trentanove di febbre, terapia di cortisone dopo qualche giorno, tachipirina e aspettare. Solo in casa.

violo un po’ di regole. Viaggia per l’Italia. Giorno per giorno. Nessuno lo ha mai fermato. E’ un antidoto insufficiente contro l’assenza. Un giorno dopo l’altro. L’assenza. Ho gridato il tuo nome in una notte del Europea. Mi piacevo così tanto.

L’orto ti ha aiutato ad andartene. Eri condannata e l’orto, un piccolo fosso, ti ha afferrato il piede malfermo. Era tempo di salutare.

Una donna con tumore cerebrale, una ragazza con la sclerosi, un’altra donna con metastasi da melanoma, un’altra arteria che si lacera. ‘E’ quello che io vedo e oggi non vorrei vivere’. A volte, solo a volte, capisco cosa vuol dire ‘trovarsi dalla parte del paziente’.

Sostituisco, come un unguento truccato, il racconto dei ricordi di Gianni Agnelli attorno a Platini. Cerco una leggerezza ingannevole. Una inutilità. Non voglio più parole. Cerco parole che abbiano la ruvidità di un sacco a pelo.

Ho mail con le quali ho il debito di una risposta.

E’ come se lanciassi ami nel fiume, i pesci accorrono e io mi prendo paura, lascio andare. Mi vergogno, sono da condannare.  Adesso mi alzo sul serio, scenderò le scale, aprirò la porta (il clok del meccanismo che l’apre, ieri sera sono venuti a guardare la casa, a deciderne il futuro, non ho telefonato per le altre case). Devo uscire, ora, subito, smetti di scrivere, stai uscendo: non stai andando a comprare il giornale che racconterà di Covid e politica e dei ragazzini che cantano a San Remo (belli come tulipani), hanno ragione loro.

E pensa che tutte queste schegge di legno, frammenti di chiglia, sono realtà. Per rispetta (paura, timore) le ho rese illeggibili. Potete darci altri significati. Come si fa con le poesie.

 

 

 

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