Anche se non hai una storia

L’ultima passeggiata

(Anche se non hai una storia, scrivi. La nebbia sta mangiando frammenti di parole. A volte le cancella, le trasforma, cambia significato, le trasforma in sciarada. Provo ad anticiparla, fino a quando ti sarà possibile. Non ti rimane altro da fare)

 

Cronache1./

 

  1. La parola era ‘riconoscimento’. Non ricordo a che proposito. Ho fatto un paio di tentativi di scrivere. Il naufragio è un figlio di puttana: sapeva dove colpire. Nei passi; nella ‘marcia’, dicono i chirurghi. Ora mi muovo con lentezza, le gambe sono immerse in un’acqua densa, melmosa, non fanno fatica, semplicemente non riescono togliersi di dosso il peso. Cerco di camminare cinque, sei chilometri al giorno; bambini e vecchi mi sorpassano, faccio un tentativo di tenere il loro ritmo, mi lasciano indietro dopo pochi metri.

La parola era ‘riconoscimento’ è diventata ‘risorgimento’, almeno c’è un’assonanza. Ma non deciso io di trasformarla, qualcun altro, attorno a me, l’ha scritta e, solo dopo dieci riletture, me ne sono accorto. L’ho lasciata lì. Ha importanza? Sì, ce l’ha. Mentre sto scrivendo questo nuovo tentativo (su un foglietto strappato che non ha ancora smarrito) ho annotato alcune ‘parole-episodio’ di ieri e di oggi. ‘Risorgimento’ è stata una mutazione.

(Devo avere cura del naufragio-figlio-di-puttana: potrebbe essere ancora più cattivo)

(Qui, a Firenze, in realtà non cammino: vado in bicicletta, equilibrio instabile sulle pietre antiche, fatica a Tourmalet, sui dossi dei ponti.)

La parola ‘scansione’, invece, è rimasta sotto la lingua, nascosta in qualche anfratto, volevo sentire il suo suono, volevo scriverla, volevo pensarla. Niente, lei non appariva. Per un tempo che mi è apparso lunghissimo, ho vagato per una terra grigia, lei era vicina, ma non spuntava dalla nebbia grigiastra della mia memoria. Fissavo il vuoto. Ho cercato aiuto, come spieghereste voi cos’è una scansione? ‘Come si chiama quando vuoi trasformare una pagina scritta e stampata in una virtuale?’. Si capisce? Lei non ha capito. Forse nemmeno io. E’ dovuto passare altro tempo, prima che la parola ‘scansione’, riapparisse. Nel frattempo facevo finta di niente. Questo accade dieci volte al giorno. In queste righe che ho scritto fra le 8.06 e le 8.22 del mattino ho commesso almeno quindici errori di battitura: parole che scompaiono, le ultime due lettere che svaniscono, doppie che tornano a essere una sola lettera. Cerco di rileggere, non è sufficiente. Immobile guardo lo schermo. Ieri un impiegato di banca ha cercato di spiegarmi l’app che avrei dovuto usare per far funzionare il bancomat: non sono riuscito a capirlo. Stamattina dovrò andare, ora esco, paura del virus. Fuori è una bellissima giornata, gli uccelli in città cantano la loro primavera. Le macchinette del bancomat sono indifferenti.

 

  1. Ogni notte (ogni mattina) mi sveglio dopo le 3. Mi alzo, fa freddo, cammino fino alla finestra, cerco di riconoscere il paesaggio, torno a letto, a volte mi riaddormento. Il mio sonno muto, senza sogni, piatto come un mare in bonaccia. Un sonno privo di (ecco, ho dimenticato la parola)…privo di riposo. Occhi impastati. Aspetto che il giorno conquisti la finestra. Piedi nudi sul pavimento, il rumore della pipì, l’orzo (che cattivo che è l’orzo), devo evitare la marmellata e i biscotti, ma non ho scelta. E se il tempo da vivere non è molto, perché usare trucchi per prolungarlo? Mi dispiacerà molto andarmene. So che voglio vivere. Quando dico quanto è la mia pensione, gli amici abbassano la testa. Me la sono voluta, in fondo, lo sapevo da anni. Non mi assolvo. Ho finito l’orzo, ne avverto il gusto amaro, leggo il commovente articolo di Mario su Jovan Divjak, il generale giusto di Sarajevo. Intuisco le lacrime di Mario mentre scrive del suo funerale. Damir Imamovic canta in italiano ‘Bella ciao’.

 

  1. Verrà il tempo di scrivere belle storie? Sì.

 

  1. Mi sveglio, quasi ogni notte, con sogni come allarmi. Alle tre e quarantacinque dell’altro giorno si materializza davanti a me il passaporto (userò ancora un passaporto?), dovrebbe essere nella tasca di una giacchetta. Mi alzo, fa sempre freddo e lui non c’è. Panico. Non ricordo per ore. Poi un sospetto: nella cassaforte di D.: è lì, palpitazioni che accerchiano il collo.

Il sogno doloroso di stanotte è stato il quartiere Tamburi di Taranto. La prima  volta vi arrivai in bus. E Carlo mi portò subito alle tombe del cimitero, perché toccassi lo spolverino e vedessi a distanza di naso i parchi minerari.

Come farò a smontare la casa? I libri? Sento le pietre che rotolano sulla pancia, comprimono il cuore, lasciano in pace la testa, ma rendono ciechi gli occhi. Decido di buttare via i libri tanto amati e poco letti.

Sento le voci da dietro: non lo fare smetti di commiserarti, conosco la lezione, ma io sento una pelle vuota che cammina con un groppo che sale dal torace si impantana nel petto.

Ho contato i soldi della pensione. Ma se pensavi che non l’avresti mai avuta?

Le ragioni non sono dalla mia parte. Ogni un uomo vestito di rosso si è addormentato sul marciapiede. Sta peggio di me. Sento la mia voce rompersi. L’altro giorno si alzò da una panchina e allungò la mano, le dita erano quasi racchiuse, ma non stringevano niente. Non chiese nulla, non implorava, oramai era una gesto automatico. Come eri da bambino, uomo in rosso? Avevi amici? Sei stato con una ragazza? Hai avuto un lavoro? Cosa è accaduto, cosa mi sta accadendo?

Mi siedo in una piazza dove pascola un leone. L’ho conosciuto quando era giovane e in forze. Oggi le sue ossa sono consumate, ma ha ancora una folta criniera e occhi azzurri (avevo scritto: ‘oggi azzurri’).

Una volta sì e una no, riesco a scavalcare i ponti sull’Arno. Pigio sui pedali, rimango in equilibrio senza stabilità, poggio il piede per terra, sento il cuore uscirmi dalle ossa (ho scritto: ‘cosa’), arrivo al punto di scollamento (venti metri, non di più) e lascio andare.

Non conosco più di comandi dalla macchina fotografica. Come salvo una foto? Come cambio diaframma? Come creo un bianco e nero? Mi sforzo di ricordare, la testa è un velo bianco. Non riesco nemmeno a toccarlo. L. cerca di riabilitarmi, io mi rincantuccio per non farmi scoprire, ancora qualche giorno, qualche mese posso bluffare.

Gli avvocati di Ginevra chiedono denaro. Hanno ragione, non posso che arrendermi. Agli storpi, grucciate. Agito le braccia in segno di resa, a loro non interessa, hanno i loro affari.

OLYMPUS DIGITAL CAMERAIntervallo: la zuppa di cipolle di L. è una leccornia. La soprassata sarà buonissima, quello (ho scritto: ‘qualche’) che resta del maiale magro ha bollito per ore e ore, le spezie hanno dato il giusto sapore, attento: non lasciare ossicini (sfioro con il dito – non riesco a scrivere: dito –  i frammenti di carne per essere  sicuro che un frammento osseo mi sfugga), insacchiamo, taglio la cotenna. Lavorare assieme aiuta, consola, non risolve, ma compie il miracolo di far passare il tempo.

 

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