Musicisti e danzatori

Mi riprometto (quasi) sempre di raccogliere frammenti delle giornate. Oggi cosa è accaduto di ‘signficativo’? Scrivo, con mala grafia, la mia nuova grafia, alcune parole che dovrebbero ricordare quando, il mattino dopo, mi chiedo cosa è successo. Alla radio parlano di Podcast. Ho sempre questa sensazione: ne ho intuito da tempo il potere e la bellezza, ma poi ho lasciato andare, tranne accorgermene quando ascolto qualcosa che nell’aria chiamano Podcast. Dovrei coltivare la mia rassegnazione.
E’ accaduto che la psicologa escluda che io sia depresso. ‘Non ne ho visto alcuna traccia’.
Avrei dovuto scrivere di D. e di Y. Son riapparsi. D, dopo anni di lontananza. Un incontro di molti anni fa. Forse quindici. D. è un musicista, lo conobbi che tirava fuori musica da una lamiera. Strideva sui denti e lasciava segni sulla pelle. Mi apparve un artista con del genio, difficile da seguire sui suoi sentieri. Un artista di strada. M., l’amico attore, aveva letto le mie pagine attorno ad Alexandrine e del suo specchio. Le aveva trasformate in una recita, credo che gli amici attori la chiamino ‘drammatizzazione’. Una storia di deserto. Una storia nel Sud della Libia. Devo ritrovarla, era molto bella. Narrava di una donna dell’800 che viaggiava per il Sahara senza nascondersi, portandosi dietro un grande specchio dove poteva riflettersi a figura intera. Una storia raccontata anche da Mario Tobino. D. musicò il copione di M. Io recitai. Interpretai me stesso, seduto davanti a un pubblico in una vecchia filanda di Biella. Una bella notte. D. non si è dimenticato di me. Come è stato possibile? C’è una ragione particolare, che, in realtà, D. mi aveva già scritto nelle prime settimane della pandemia: allora, assieme ad altri, stavo scrivendo un piccolo libro sull’influenza H1N1 (dalla quale avremo dovuto imparare a leggere il futuro). Oggi non trovo più il libro. Perduto. Accadrà per queste pagine. In macchina raccontai a D. quanto stavo leggendo: ‘Il virus salta le specie. Arriverà, è già arrivato, a noi’. Quella influenza si attenuò, uccise e si uccise. Nessuno ne parlò più. Il piccolo libro fu un insuccesso editoriale. Io spiegai che molti dei miei interlocutori mi avvertirono: ‘Può accadere di nuovo’. Quella conversazione in auto non se ne è andata dalla testa di D. Che, da allora, è vissuto tre anni Palermo. Aveva incontrato una donna e ora vive a Milano. Non saprei riconoscerlo. Adesso, mentre passeggia in corso Sempione, ha deciso di chiamarmi. Non so come abbia fatto a trovare il mio numero di telefono. Io gli ho raccontato del naufragio, mi sono stancato presto: non ho più voglia di ripetere la storia dell’arteria lacerata. Ne sono esausto.
D. ha capito e allora mi ha detto, mentre usciva dal parco, della sua musica. Ho cercato di tenere a mente. Impresa impossibile per le mie sinapsi lacerate. Dimentico sempre tutte le parole che mi dicono. Questa volta ho perfino cercato di prendere appunti. Sono rimasti solo degli scarabocchi su un piccolo taccuino di freghi. Cerco di leggere. D., che non è il mio musicista, mi chiama, dobbiamo andare. Da una curandera.
Tutto questo non accadeva ieri, ma, credo, una settimana fa. A sera mi siedo su una poltrona o sul divano (ieri sera no, mi sono alzato dall’antico tavolo di marmo, trovato decenni fa in una discarica, e sono andato a letto. Dove non mi sono addormentato, sono ‘svenuto’. Un sonno che non è un sonno.
Quel giorno, poco dopo è arrivato, un messaggio. Di Y.. Y. È una danzatore (forse dovrei usare la parola ‘ballerino’, ma questa mattina preferisco la parola danzatore). Perché Y. (scoprirò dopo qualche giorno che è nicaraguense: al primo sguardo avevo pensato che arriva dall’Asia, il Nicaragua, il mio paese) danza come un giaguaro. Con la forza, la bellezza, la volontà, la dolcezza, la fame, l’istinto di un giaguaro. Viene da Masaya. Dal quartiere di Monimbò. Luoghi della storia della Rivoluzione. Luoghi della violenza nell’aprile del 2018. Leggo la storia di Y. Sul web. Una bella storia: da un quartiere povero e ribelle ai palcoscenici della danza. Sempre su un crinale. So che, due inverni fa, per sopravvivere è andato a fare vendemmie in Spagna. Dove ora vive. Mi incanta la sua danza, il suo corpo che si inarca, i suoi occhi che perforano gli alberi, le sue mani che sfiorano e, in qualche modo, artigliano spalle, fianchi e braccia dei suoi compagni di danza. La sua immagina volante, ma ben appesa alla terra, scivola, con passi da uomo della foresta, nella radura di fronte al castello di Matera mi rimarranno sempre negli occhi. Ricordo che quel pomeriggio non potevo muovermi: mi avevano appena operato di ernia. Devo farci l’abitudine agli ospedali. Y. Non vola, ma fa parte della terra. Esce dalla terra, tende agguati, poi scompare, s’intreccia con altri animali. E’ bellissima la sua danza.
Quella sera passai a salutarlo. Non dissi nulla. Parlai con un suo compagno. B. che veniva dal Libano e noi stavamo per partire per Beirut. Ma Y. mi rimase nella mente. Trovai il suo nome sulla locandina dello spettacolo, cercai su internet e Y. riapparve. Gli scrissi. E lui rispose: gli mandai il mio libro sui poeti del Nicaragua. Non so cosa sia scattato, da allora, e oramai sono due anni, ogni tanto arriva un messaggio della Spagna. Da città diverse. Y, a sua volta, mi ha spedito un libro: c’era un biglietto da dieci cordoba, e una cartolina nica. Il libro è ‘Gesta di un beota’, l’autore si chiama Ival Errante. Y. mi spiega che voleva spedirmi qualcosa del suo paese: conservava quel biglietto da quattro anni. Prima mi aveva chiesto: ‘Te interesa temas espirituales’. ‘Te enviaré un libro amigo’. Il libro è arrivato, ho letto alcune pagine, cerco di non dimenticare. Ma ora non saprei dove l’ho messo. I messaggi di Y. continuano a arrivare.
Chissà se mai rivedrò danzare Y? Chissà se mai sentirò suonare D.
D. crede che io sappia qualcosa di musica. Mi spiega (ma sto copiando dagli scarabocchi) che sta scrivendo una partitura ‘sulla prima ottava del pianoforte’. Il pianista entra nel pianoforte, suona sulle corde, ‘fino a suonare sé stesso’. Il palco è piccolo, se ho capito bene il musicista scende in mezzo al pubblico, tocca gli spettatori e suona il loro corpi. Mette una mano sulle loro gambe e non la muove. D. dice che è ‘un momento catartico’.
La pandemia ha rallentato il lavoro di D., ma i fogli si riempiono. Ha trovato il tempo per chiamarmi.
Rimango solo dopo i messaggi, le telefonate, il silenzio e credo di avere lasciato invecchiare la mia pelle, che ora si è lacerata. Vorrei vedere D. e Y. ora. Mi piacerebbe che si incontrassero.
Ho sollevato una scatola questa mattina e ho sentito la schiena strapparsi. La casa mi sta schiacciando. Sto gettando via la via di accumulazione. Centinaia di foglietti, ognuno racconta una storia. Perduta. Sono felice di avervi conosciuto.
Recupero una foto virtuale di Y. Non ho foto di D.
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