Vignola/Guiglia, ciliegie fuori stagione

O, forse, questa è la stagione di queste ciliegie.

Ecco, gli alberi di ciliegie. In file perfette. Si tendono i rami uno contro l’altro. Non sono lasciati liberi, devono produrre celebri e buone ciliegie. Di Vignola. La raccolta si esaurisce in venti giorni, credo. Ma ogni albero deve essere curato ogni giorno dell’anno. Ricordo i meli della Val di Non.

Parole, passi, sogni. Appare Sandokan e indica Mompracem. Un tempo, ci sono passato da quell’isola, cercavo Sandokan, ma non si fece vedere, ma ne vidi le tracce. A Mompracem era appena passato un tifone tranquillo. Era un’altra vita.

Mi appariva impossibile, ma ho comprato un paio di scarpe (come si dice? Da ginnastica? Da passo leggero? Da camminata? Spunta l’antico: io che andavo sui crinali, con buffi scarponcini…se mi sentite dirlo ancora: sputatemi addosso, imprigionate il passato e gettatelo in mare). Grazie a Daniela e Mirella che mi hanno fatto varcare la soglia del negozio.

I Sassi

 

Colline modenesi. Una bellezza sorprendente. Rocce di tufo si alzano verso il cielo che annuncia pioggia. Ci ripensa e diventa giorno splendente. Sul davanzale della Pieve di Trebbio, passeggiano pavoni di pietra. Piero mi avvicina davanti a un paesaggio perfetto. Panorama privo dello snobismo toscano. Non riesco a ricordarmi nomi e volti. Devono spiegarmi. Piero si fa breccia nella mia mente e ci raccontiamo. E’ più alto di me e mi mette un braccio sulle spalle. Una complicità che si trattiene per qualche decina di passi. Indica l’orizzonte con una mano, laggiù c’è Calafuria e mi descrive nascondigli dove il sole ti riscalda. Leo, sui gradini della Pieve, apre ‘il cammino immortale’: ‘quando sono partito non cercavo niente, e l’ho trovato’. Io, in realtà, laggiù, cercavo qualcosa: una testimonianza, una prova, una speranza. Anche io l’ho trovata, dovrei accontentarmi del passato.

Leo in cammino

 

Il banco del contadino invisibile

Banco di un contadino-ortolano lungo il sentiero che sale a Rocca Malatina. Pomodori, patate, cipolle, cetrioli. Una vaschetta di plastica da riempire. La chiamano tigiotto, se ricordo bene. Lascio due euro, un prezzo che non cambia, qualunque cosa prendi. Il contadino è Guido e un cartello ricorda una piccola storia. Capitò che la vaschetta in cui si lasciavano i soldi fosse vuota. Mancava della frutta e qualche verdura. Guido pensò che la sua fiducia fosse stata tradita. ‘Sta volta i men ciavà’. Il giorno dopo un uomo salì lungo il sentiero. Si fermò da Guido, sorrise e gli porse dei soldi: ‘Ieri avevo una biglietto intero e non ho potuto lasciare il denaro’. Troviamo un posto a questa storia fra i monti dell’Appennino. Scrivetela, scriviamola meglio.

La ragazza dell’AltoForno

 

Messaggi sul muro

Altoforno sotto il massiccio di Rocca Malatina. Tra i venti migliori forni d’Italia a leggere Gambero Rosso. Pane senza sale. Un forno nel bosco, sotto le rocce. Cameriera fragile, forte e bella. Silvia con il caciocavallo e l’erbazzone. Pace nell’aria. Ha anche il ciocorì. Ander ha contato le sue stagioni in riviera, sono state cinquanta. Il gioco delle baruffe, fra il contemporaneo senza cura (almeno per noi) e una storia che arriva da lontano. ‘La mutazione dell’uomo è cominciata aggredendo i suoi intestini’. Lambrusco. Annoto i nomi: Grasparossa, Salamino, Sorbara. Cestino della festa. Empanada da nostalgia argentina. E un muffin ‘punitivo’. Siamo gli ultimi ad andarcene, in allegria. Camminiamo nel bosco. In discesa i passi accelerano, le gambe sbandano.  L’ultima casa ha il numero ‘900’. Ho già desiderio di tornare sotto la montagna, non ho avuto coraggio di salirci, senso di inadeguatezza. Afferro delle parole al volo, di più non riesco. Non so nemmeno da dove arrivano queste parole lasciate nell’aria. Luigi mi riconosce, mi ricorda in una notte di Carpi. Racconta di cecchini; ha fatto qualcosa di importante, Luigi. La normalità della vita del cecchino, un lavoro che si ripete. Abitudinario. Com’è tenere in mano un fucile di precisione e sapere che quell’ombra laggiù verrà cancellata da un tuo gesto minimo? Il mirino si sposta.

Luigi. Il suo libro è ‘Shooting Sarajevo’
L’AltoForno

Poi mi guardo attorno, il prato, gli alberi, l’erba, i piccoli spazi, perfino a un palco, un paesaggio rurale, ben vivo. E le parole che volano fra la gente della festa. Non vi spiego cosa è un borlengo, dovrete cercarne la natura. Non mi piace la parola ‘cialda’ che viene usata (sul web) per descriverlo. Il borlengo è un tentativo, una promessa, un invito.

Il borlengo

Appare Beatrice degli Ontani. Persa nei suoi anni. Bisogna liberare l’albero dei suoi rami secchi. C’è sempre tempo per un ‘lampo di vita’. La vecchiaia è la vita che si svuota delle persone care. ‘In questo giorno che volge al termine io mi cullo’. Cerco un filo per legare tutte queste parole. Così sono disperse. Da ogni frase farne scaturire un’altra.

Paolo racconta

Mettiamo i pile, le giacche, i golf, l’autunno arriva con il buio. C’è il lambrusco. Voglio dormire in tenda. C’è l’hotel con i comandi elettronici. Posso rimanere sotto le stelle e sentire il freddo nelle ossa? Parole, non trovo il coraggio. Albergo.

In questo giorno che giunge al termine’. Torneranno a fiorire i ciliegi? Sì. ‘A parte il resto tutto bene’.

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.