‘I 42 giorni nei quali a Guiglia si giocò’

Il prato di Casa Galassi

‘Nel cammino/riesco a scrivere nel corpo ciò che penso/ma non riesco a ricordare ciò che mi dico/per poterlo scrivere/è come se il tuono si dimenticasse del fulmine’. Ho scritto alluvioni fangose di parole e le ho dimenticate. Si sono disperse e ora se ne vanno lungo un viale alberato. Si trasformano in polvere dorata. Ivan scrive: ‘Scrivo cancello e riscrivo/perché se no fa tutto la paura/succede/so che succede’. Forse intuisco: la paura si è presa lo spazio fra la testa e le gambe, ho trovato muscoli da trafiggere. Non riesco a respirare, a volte riemergo e prendo fiato.

A parte il resto tutto bene

Volevo ricordarmi di una notte nella quale ho lasciato che le sue parole fossero un ritmo, illuminato da una lampada a libro. Non seguivo il significato, seguivo la musicalità. E il tono della voce, rauco e profondo. Non so usare gli aggettivi.

Piccolo festival dei Libri di Mompracem e dei Erodoto108, nel prato di Casa Galassi, a Guiglia. Ma stamattina prendiamo il tempo di una visita.

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Richiamo il visitatore distratto. Un anno e mezzo fa era rimasto fermo ad aspettarmi e non lo avevo più rivisto. Adesso è qui: colline degli Appennini modenesi, sta perdendosi in un grande, tranquillo paesaggio. Si scopre ad amare queste colline. L’arco del castello di Guiglia, una grande e strana corte, tavolini in pietra dalle gambe in ferro, un’antica insegna della (del?) Cinzano: tracce di un vecchio caffè, aria del passato ostinato. Aspetta una riapertura.

Da questa collina si domina la valle del Panaro. Si è combattuto per questa altura: modenesi e bolognesi, poi terra estense, appaiono abati, feudatari, contadini, vescovi che scambiano feudi con ‘vino bono’. Storie di assedi e incendi. La famiglia Montecuccoli. Il castello di Guiglia, finito il tempo delle incursioni, si trasforma in villa di un potere nobiliare ed economico. E’ bello, strano, con le sue metamorfosi. Appare un ingegnere svizzero, Giovanni Beusch: ha un’aria pingue, due baffi forti, conosce queste colline perché sua moglie è di Guiglia. Non ci dicono il suo nome, né come si conobbero. Beusch acquista il castello ad un’asta. Fine ‘800, primi anni del ‘900. Non c’è tempo. Il castello diventa stabilimento idro-elettrico-termale. Momento di gloria appenninica. Turismo emiliano d’élite. Dura diciassette anni, poi è tempo di una prima guerra mondiale. Beusch torna in Svizzera. Nessuna notizia della moglie. Nuove trasformazioni post-belliche: colonia, dormitorio, vi trova spazio anche una panetteria.

Bottiglie del 1979 nel bar del castello
Salone di ingresso
Sentinelle

Il visitatore si specchia. Grandi specchi sono le pareti del grande salone di ingresso. Girotondo di stanze. Antichi mobili. Aria sospesa. Come se davvero si aspettasse una resurrezione. Scale, primo piano. Ci hanno già raccontato cosa c’è là sopra: il visitatore è incuriosito. Tavoli dal panno verde, stoffa slabbrata, numeri rossi e numeri neri. Una roulette vorrebbe girare ancora. Tavolo da Black-Jack. Cerco carte e fiches. Un casinò abbandonato, ma pronto a rimettersi in moto. E’ stato un lampo del dopoguerra. Insomma, in questi Appennini, dove si è combattuto a lungo, nei primi mesi di un nuovo mondo, qualcuno (una società ‘milanese’, dicono) apre, in questo paesaggio tranquillo, una ‘casa da gioco’. Riesco a immaginarlo? Chi veniva a giocare? Arrivavano da Bologna o da Modena. Borghesia locale. Venivano anche i contadini delle colline? Queste sale e questi specchi fanno intuire una storia che dovrebbe essere scritta. ‘I 42 giorni di Guiglia’. Incertezza: ci dicono che il casinò ha vissuto 42, fantastici giorni. Il cartello riduce questo tempo a tre settimane, 22 giorni. Raccontano che il paese si intristì senza lo schiocco della pallina della roulette. Il sindaco protestò. Chissà se vennero i carabinieri ad apporre le catene all’ingresso. Ministro degli interni (suo l’ordine di chiudere) era De Gasperi. A onore del vero, era stata scritta una legge nazionale per chiudere le case da gioco. Nessuno, a Guiglia, dopo la chiusura, ha voluto smantellare tavoli e roulette: non si sa mai. Devono aver continuato a giocare nelle notti senza luna. Ne sono certo.

La roulette
La roulette

Ancora tentativi di sopravvivenza: taverna, bar, camere, matrimoni, amori clandestini, qualche festa da ballo. Le cento vite del castello di Guiglia. Bisogna salire sulla Torre (le scale riesco a farle bene) per sentirsi in pace con sé stessi. Almeno per un momento.

‘Ho dovuto/ho voluto/ripercorrere un sentiero/preso dall’urgenza di un conflitto interiore/che ora/mi appare meno strappato/ed era edera’.

Susanna e le parole. E il sax
Danza

Nel prato di casa Galassi ci sono le tigelle e il sax di Susanna. Vorrei trovare le parole. Ci sono brindisi e libri e il tempo che cammina lentamente prima di andarsene.

E ora dove vado?

 

(che qualcuno scriva dell’ultimo giocatore di baccarà nelle sale del castello di Guiglia).

(Le parole in versi sono di Ivan Fantini ‘io la vedevo, dovevo’ Edizioni Barricate). Mi viene in mente Izet Sarajlić: ‘Anche i versi si rallegrano/quando si riunisce la gente’.

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