Volevo andare a trovare Ivan

Per Vittorio Barbieri

Mattina sfolgorante, settembre, colline di Compiobbi. San Clemente. Dalla finestra della Torricella, la luna è una minuscola scheggia rovesciata nel cielo azzurro-alba. Ricorda una piccola barca zapatista. Appuntamento al tabernacolo. E’ il giorno in cui venne liberata Fiesole. I tedeschi lasciarono queste terre, dietro a loro il lutto e il dolore, e la certezza di una forza nuova. Un paese da ricostruire, un inizio dopo la tempesta. Il cielo perfetto, stamattina, festeggia con noi. La gente della casa del popolo della Montanina, a Montebeni, ogni anno, ricorda questo giorno. Va a trovare i partigiani. Noi andiamo a trovare i partigiani e i carabinieri che si sacrificarono con loro. Ecco Sebastiano: era arrivato al comando di Fiesole dalla sua Sicilia. Da Erice. Lo immaginate? Da quanto tempo mancavi dalla tua isola? Non riesco a sapere nemmeno la tua età, non so se eri sposato. Sebastiano venne catturato assieme alla giovane staffetta Rolando, un ragazzo mugellano. Di lui, questa mattina, so solo che aveva 19 anni e già un soprannome da ‘vecchio’: ‘Il bomba’. Il cippo è ai lati della strada, rivolto verso Monteloro. Ci sono dei fiori, le ragazze che sono con noi ne lasciano altri. C’è un fiocco rosso.

Per Sebastiano e Rolando

I miei passi, nel breve falsopiano della strada, sono buoni. Conosco queste colline. Nei mesi del ‘confinamento’, costretto dalla pandemia, sono salito alcune volte fino a questo crinale. Più avanti un altro cippo, ai lati della strada. Ricorda Vittorio Barbieri. Un comandante partigiano. Un ‘dottore’. Aveva una laurea in scienze politiche. La sua tesi già indicava la sua strada: ‘Il diritto dei ribelli a essere considerati belligeranti’. Divenne uno storico. Dopo l’8 settembre, entrò nelle formazioni partigiane. Era il comandante della brigata Rosselli. Con un solo compagno, scese in avanscoperta durante l’avvicinamento a Firenze. Voleva evitare imboscate. Venne sorpreso dai tedeschi. Lo uccisero, contro il muro di una casa colonica. Sul suo cippo ci sono sempre fiori. Nel bosco, vi è un’altra piccola targa metallica dedicata a Barbieri. Quasi nascosta, intima. Andiamo a inginocchiarci lì.

Per Vittorio

Da queste colline, nei giorni dell’agosto del 1944, i partigiani scendevano dall’Appennino per raggiungere Firenze a piccoli gruppi: volevano entrare in città prima degli Alleati. Dovevano attraversare le linee tedesche, i nazisti, verso Nord, ancora accerchiavano Firenze. Preparavano la loro ritirata. In Valle, sopra Compiobbi, c’era un comando nazista e punti di osservazione, da qui si sovrasta la città. Tre partigiani decidono di sabotare le comunicazioni fra i soldati tedeschi. C’è uno scontro a fuoco, viene ucciso un ufficiale nazista. Ma anche un partigiano è ferito alle gambe. Non può più camminare. La sua sorte è segnata. Protegge la fuga dei suoi compagni, viene catturato. E’ piccolo, ha la pelle olivastra. Non è italiano, è russo. Probabilmente fuggito da un campo di prigionia: si era unito ai gruppi partigiani comunisti. I suoi compagni lo chiamano Ivan. Non sappiamo se è il suo vero nome. Viene torturato per una notte, si prese la colpa della morte dell’ufficiale. Il giorno dopo, alla chiesetta diroccata di Citerna, viene impiccato. I tedeschi costrinsero gli abitanti e gli sfollati della Valle ad assistere all’esecuzione. Era il 5 di agosto del 1944.

Per Ivan

 

La Valle non ha dimenticato Ivan. L’anno successivo, Italia liberata, i contadini di queste campagne si ritrovano davanti alla chiesetta. Hanno scolpito una lapide. La murano sulla facciata. E’ ancora lì:

 

‘Qui
Il 5 agosto 1944
la turpe ferocia dei banditi nazifascisti
ha ucciso un partigiano russo
già ferito che combatteva con i fratelli italiani
massacrava sette civili inermi e mitragliava diciassette partigiani
la volontà del popolo deporre a ricordo dei martiri
Il 5 agosto 1945’

 

***************************************

 

Il cammino, dopo il falsopiano, scende costeggiando una vigna. L’uva sarà raccolta fra pochi giorni. Qualcosa non va. Ai miei piedi, intendo. In pochi metri rallento. Quasi mi fermo. Rimango indietro. Non riesco a muovermi. Pochi centimetri. Sbando. Le gambe provano a tornare indietro contro la mia volontà. I polpacci e le cosce diventano pietre. Rigide come pali. Pezzi di legno. Sbando ancora. La discesa è ripida. Mi obliquo all’indietro, come a frenare la discesa. Devo essere buffo a guardarmi: un angolo storto con il suolo. Cerco l’equilibrio, lo perdo nuovamente, lo ritrovo, oscillo, barcollo, non cado. La pancia va in fuori, assomiglio a un palloncino che vuole scappare. Le spalle sono quasi parallele al terreno. Arrivano a soccorrermi. Mi prendono sottobraccio. Centimetro dopo centimetro mi portano fino all’asfalto, fino al termine della discesa. Arriviamo a casa di un’amica. Mi mettono a sedere. Fanno in modo che arrivi una macchina. Le gambe tornano ‘normali’, ci sono sempre le alghe invisibili che le afferrano, le trattengono, le legano. Ma non impediscono di camminare. Sabbie mobili.

Ritrovarsi, ascoltare

Faccio in tempo, in macchina, a farmi trovare alla lapide del partigiano Ivan. Il piccolo gruppo sta arrivando. C’è anche una donna che ha assistito alla impiccagione. Ci racconta. Ha abitato qui. Ricorda le scale. Era sfollata in Valle. Ha sempre vissuto in paese. Ci chiede di poter visitare la casa dove ha vissuto l’anno di guerra. Riconosce le scale. E’ una sarta. Prometto di andare a trovarla.

Ora, ospedale. Pronto soccorso. Un’infermiera mi misura la temperatura. Un infermiere mi fa sedere e chiede: ‘Cosa l’ha portato qui?’. Come glielo spiego? E’ simpatico, ha i capelli raccolti in un crocchio. Racconto. Lui annota. Indaga. Mi indica una porta a vetri, poltrone comode, persone distanti una dall’altra. Chiediamo quanto dovremo aspettare. ‘Ore’. Mi siedo. Mi guardo attorno. Ragazzi con gessi alle braccia, alle gambe. Un vecchio magro guarda fissamente i numeri delle prenotazioni che scorrono su uno schermo. Ci sono alcune donne. Due in carrozzella. Questa sala appare accogliente. Colori pastello alle pareti. Passa il tempo. Leggo ‘Non morire’, libro tagliente di Anne Boyer, il suo cancro al seno.

Un girasole per Vittorio

Mentre ora scrivo, penso di aver dimenticato il ritmo della scrittura. Non c’è più il nervosismo, la tensione. Adesso è un passo incerto, annodato su stesso. Non va da nessuna parte. E’ legnoso come le mie gambe, Numerosi errori di battitura.

Passo cinque ore al pronto soccorso. Un colloquio con una giovane dottoressa. Cerca di capire. Interroga. Ho i referti di uscita dall’ospedale. Ricostruisce la mia storia, io leggo la parola ‘ateroma’, quando sbarrerà l’arteria aortica? Ricordo che la definirono: ‘voluminosa’. Le gambe sembrano protestare: ‘Raccontagli la tua versione’, chiedono. Visita. ‘Segua il mio dito’. ‘Alzi le mani’, le tengo distese davanti a me, chiuda gli occhi. ‘Parametri normali’. Va in cerca di un consiglio. Chiede a una dottoressa: credo che sia la responsabile del pronto soccorso. Tac.

 

Torno nella sala, aspetto. Un’ora. Un’infermiera vestita di arancione viene a prendermi. Un altro infermiere mi fa stendere su un libro. Tunnel della macchina. C’è qualcosa di misterioso: credi che la macchina ruoti attorno al tuo corpo. Ti chiedi cosa sta vedendo? Ti chiedi come fa? Ascolti i rumori, i cigolii, lo stridore. Quasi un sottofondo sonoro. Musica contemporanea. Fisso una piccola macchia nera. Non la perdo di vista. Dura tutto poco. Ritorno nella mia sala a cui comincio ad affezionarmi. Credo di sonnecchiare sul divano. La prima dottoressa torna con una busta. Referto.

Leggo l’elenco dei miei malanni: Esa, ipertensione, ateromasia, ernia ombelicale, emospermia, sindrome depressiva, idrocefalo normoteso.

Leggo ancora: ‘Alcune microaereole lacunari a sede sublenticolare…dilatazione idrocefalica dei ventricoli sopratentoriali: Evans lo classifica 0,4…Linguaggio da tradurre.

Esco lentamente dall’ospedale. Penso che qui, al terzo piano, è nata mia figlia. Che, a volte, qui, venivo a trovare I. e lei arrivava, come un’ondata. Le vedevi avanzare dal fondo del corridoio…

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.