Arteria

Erano mesi che non bevevo un caffè.

È accaduto in una pausa durante un convegno. Un incontro su ‘scrivere e camminare’. Vi partecipavano persone che volevo conoscere e ascoltare. Per questo avevo deciso di accettare l’invito a salire al Nord e, una volta arrivato, in attesa del mio appuntamento, mi sono ritrovato al bar. Non è un dettaglio secondario: avevo viaggiato per ottocento chilometri ed era la prima volta dopo molto tempo che chiedevo un caffè. Mesi prima avevo deciso che ne bevevo troppi e che dovevo avere qualche attenzione alla mia salute. Quella mattina mi feci convincere. Poi ho pensato che ne avrei dovuto bere molti di più.

Il convegno era all’auditorium dei frati francescani all’Arcella di Padova. Il bar era aperto, in quei mesi la pandemia ancora non era tempesta. Nella pausa dei discorsi, mi alzai e, assieme ad altri partecipanti, ci dirigemmo verso quel bar. Sentivo addosso la stanchezza del viaggio. Il giorno prima ero arrivato da Matera, la città dove fingevo di vivere. Avevo fatto una sosta notturna a metà strada. Da una amica. Mi aveva portato a vedere il mare, gliene sono ancora grato. Mi lasciavo trascinare. Non trovavo un senso nei giorni che scorrevano. Mi teneva in piedi l’andare e venire. Ora in giro per il mondo c’è il virus e gli orizzonti si sono ristretti. Ma, allora, non pensavo a questo.

Il caffè, dopo tanto tempo di astinenza, mi parve pessimo. Temevo per il cuore – non so perché -, per questo avevo deciso di non berne. Avevo abolito anche l’unico che bevevo al mattino. Il gusto di quel caffè mi sembrò quasi velenoso, mi rimase in bocca mentre tornavo verso la sala. Il primo intervento, adesso, era il mio, ero infastidito dal sapore di marcio che si era impigliato nei denti. Non mi sedetti nemmeno, non attesi che mi chiamassero, raccolsi il quaderno degli appunti e andai verso il palco che assomigliava alla cattedra di un’aula di scuola media. Due gradini traballanti. Un microfono sottile. Eravamo, come si doveva, tutti distanti uno dall’altro. Lo chiamano ‘distanziamento’.

Mi siedo.

Non mi ero accorto dell’uomo (era un uomo? Oppure il mio era pregiudizio: una donna non poteva essere così forte). Forse era un’ombra. Per settimane e settimane, dopo l’accaduto, mi sono chiesto se qualcuno avesse visto quella figura in piedi dietro la scrivania. Nessuno, fra il pubblico, si rese conto dell’aggressione. L’uomo (o la donna) era stato così bravo da ingannare un’intera sala affollata, nonostante le regole imposte dalla pandemia. Erano le prime, serie minacce di quella che verrà chiamata la seconda ondata, ancora non ci facevamo troppo caso. Non c’era nessuno dietro a me, ma, dopo esserne sopravvissuto, ho immaginato (forse creduto) a un attacco da parte di un uomo-ombra. Solo un amico mi credette e chiese: ‘Era un pazzo?’. No, era qualcosa che, dopo, i medici mi spiegarono con due parole: ‘Sine Materia’. Senza una ragione. Ti dicevano che non ne conoscevano la causa. Non vi era nessun aggressore.

La botta arrivò improvvisa. Eppure come attutita. Violenta, ma come ammortizzata. Senza far rumore. Non ruppe le ossa. L’avversario era dentro di me, aveva risalito il mio corpo. Un amico medico me la spiegò così: ‘ipertensione associata ad un’alterazione della coagulazione’. Ha provocato l’emorragia. Aperto una falla. Aveva lacerato una vena (credevo fosse una vena). Piccolissima, un filo di cotone da infilare dentro un ago. Un vecchio amico neurologo precisò: ‘Non è una vena, è un’arteria. Anzi un’arteriola’. Un altro medico era stato meno pignolo: ‘Quasi non sappiamo cosa sia’. Scoprii che non aveva nome, quella arteriola e che, davvero, era sottile come un capello. Irraggiungibile dai bisturi dei giovani chirurghi. Oggi penso che sarei stato un buon esercizio per loro, per imparare ‘i movimenti’ più difficile e apprendere le danze delle mani esperti di chi opera nel cervello. Mi devo ricordare di chiedere dove diavolo è, questa ‘arteriola’. Uno psichiatra me lo ha chiesto: ‘E’ a destra’?’. Magari è importante saperlo. In fondo scrivo queste pagine per sapere qualcosa in più di me. La mia geografia cerebrale non mi è chiara. Immaginai un filo di cotone, color rosso, che perfora delle meduse grigiastre. Mi affezionai all’arteriola. A guardarla nei disegni che ho scovato nel web, lei e le sue compagne mi sembrano dei grossi vermiciattoli, buoni per il compost, ma anche affamati. Un po’ minacciosi.

Il colpo mi irrigidì, non mi voltai. Mi ingobbii. Le spalle tentarono di proteggere la nuca alzando una paratia facilmente valicabile. Mi accartocciai. La nuca si trasformò, divenne come un’asse di legno durissimo che spingeva la schiena verso il basso. Il dolore fu violento. Atroce. Ma non gridai, non svenni. Non mossi nemmeno una mano a toccarmi la testa. Credo di essermi guardato attorno come stupito. Nessuno, in sala, si accorse di niente. Non credo nemmeno di essermi chiesto cosa stesse succedendo, non so se mostrai esitazione, sofferenza o spaesamento. Non presi la decisione di continuare a parlare. Non decisi nulla, non pensai. Ero, questo come sempre, in un vuoto morbido. Anche io stavo facendo qualcosa ‘senza una ragione’. Non pensai che stavo morendo. Guardai la giornalista che moderava l’incontro. Il mio intervento era appena iniziato: lo ripresi. Non potevo muovere la testa, era paralizzata, se cercavo di spostarla di un millimetro, qualcuno premeva con uno spillone sulla ferita che la bastonata aveva aperto. Proseguii. Guardandomi le mani.

 

Avevo un quaderno di appunti. In fondo, ero ben preparato. Ma non potevo chinare la testa, non potevo rivolgere gli occhi verso il basso, non vedevo le righe che disegnavano la scaletta del mio intervento. Ogni movimento che facevo, produceva una fitta. Toccavo il taccuino davanti a me con le dita della mano destra (avevo una strana consapevolezza del mio corpo) come se fosse possibile leggere con le unghie. Non vedevo nessuno. Il mio sguardo puntava verso l’alto, appena sopra la testa del pubblico. Se riuscivo a rimanere immobile, il dolore dava una tregua.

All’inizio, dissi, come sempre, che di ‘scrivere e camminare’ io non sapevo niente. Metto sempre le mani avanti, mi sento inadeguato. Ho sempre scritto. Forse perché non vi era bisogno di un gran talento per farlo, né sono necessarie capacità manuali che non ho possiedo. Non ci vuole nemmeno molta pazienza. Non bisognava fare corsi (magari li avessi frequentati). Potevo ingannare, ero un giornalista che sapeva mettere in fila due parole. Anche camminare era semplice. Per scrivere, avevo lasciato fare alle dita, le parole mi servivano per confondere chi avrebbe dovuto comprare quelle pagine. Per camminare, se non mi chiedevamo sforzi eccessivi, bastava lasciare fare ai piedi. Venti chilometri ero capace di percorrerli. Senza un pensiero, senza dare molto valore a quanto facevo, né alcun significato. Mettevo un piede dopo l’altro. Credo che dissi questo per cominciare il mio intervento. Credo, per un istante, mi sia passata davanti un’incertezza: indubbiamente stavo male, ma era come se non ci pensassi, come se non mi riguardasse. Il mio corpo non cadde. Non so perché. Non posso nemmeno dire che il dolore fosse insopportabile, era violento, ma io ero lì, seduto, stavo parlando. Quindi lo sopportavo. Non so di cosa, ma certamente stavo parlando. Per un attimo vidi la prima fila del pubblico: erano come statue. Forse passarono dei secondi, niente di più. L’ombra riapparve dietro a me e mi calò sulla testa, con lentezza, uno scafandro. Non credo volesse proteggere la ferita, il bastone era ben piantato, non sarebbe uscito dal profondo della mia nuca. Oramai ne faceva parte. Adesso l’ombra voleva isolarmi, impossessarsi di me. In pochi istanti ero sott’acqua. Non sentivo più nulla. Ero sordo. Immerso in un liquido plastico, che non entrava in bocca, non accecava, ma aspirava ogni rumore, ogni voce. Non riuscivo a sentire nemmeno la mia voce. Una cappa profonda e spessa mi aveva avvolto. La mia bocca si apriva e si chiudeva, ma io non sapevo cosa stavo dicendo. Le vibrazioni del timpano si erano interrotte. Non smisi di parlare, quasi non vedevo, davanti ai miei occhi era scesa una nebbia biancastra. So (è quasi l’unico ricordo) che afferrai la mia penna – è lucente, la perdo spesso, la ritrovo, la perdo nuovamente, mi serviva per raccontare di come si scrive camminando, un giorno la perderò per sempre e ne sarò desolato, correrò a ricomprarla – e la guardai: luccicava come il riflesso di un raggio di sole. La vedevo, la alzai verso l’alto. Feci una battuta, faceva parte del mio intervento: ‘Io quando cammino scrivo con questa’. Sono le sole parole che ricordo di quelle ore. Il silenzio molle non si allentò, ero avvolto in una gelatina. Cominciai a sudare. Di questo mi accorsi. La pelle era ancora sensibile: avvertivo il sudore districarsi fra i capelli, cercava una ruga lungo quale scendere. Il rivolo si impigliò nelle sopracciglia. In breve le ciglia erano umide, fecero diga, la fronte era bagnata. Il sudore divenne un piccolo lago sulla scrivania. Mi chiesi cosa stava succedendo. Sì, questo lo dissi. A voce alta. Nessuno si mosse. Ma io mi sentii. Continuai a parlare e la membrana del timpano smise nuovamente di vibrare. Tornai a essere sordo. Seppi poi che il nervo dell’udito non riusciva a percepire il minimo suono. Continuai a parlare. Ricordo altre parole che riuscirono ad aprirsi un varco nel silenzio. Pensai: sto sudando, chiesi: quanto manca? La moderatrice, un’altra amica, mi guardò con una punta di perplessità. Forse accorse in aiuto. ‘Un minuto’. Mi invitava a finire. Forse si era accorta che qualcosa non andava. Cosa stava accadendo?

Molte settimane dopo (questo significa quanto già sapete: sono sopravvissuto, almeno fino a questo momento) A., la segretaria del convegno, volle rassicurarmi: ‘Non ti preoccupare, il tuo intervento è stato apprezzato dal pubblico. Molto interessante. Verso la fine molti hanno notato che stavi sudando in modo anomalo, ma non capivamo perché. Ci siamo accorti che stavi male solo quando ti sei alzato’.

Adesso scaccio un mal di testa che sta sfiorando la fronte.

Mi sono alzato. Sono riuscito ad alzarmi. Ho lasciato tutto sul tavolo. Dovevo scendere due gradini. Ho fatto un movimento storto e ho rischiato di perdere l’equilibrio. In prima fila era seduto F. che seguiva i miei passi con preoccupazione. Mi sono chinato verso di lui. E’ il mio direttore, un frate francescano. ‘Puoi venire fuori?’, chiesi e senza aspettare una risposta, mi sono incamminato. A questo punto devono essersi accorti che stavo male. Da cosa se ne accorsero? Da un camminare traballante? Da un pallore improvviso? Da qualche gesto? Io cercavo solo di fare in fretta. F. mi ha affiancato. L’ho preso sottobraccio e ho sussurrato: ‘Sto male’. Eravamo fuori. C’era una panchina accanto alla porta della sala. Una bella giornata, il sole splendeva. Mi sono accasciato, non ero seduto, poggiavo solo le mani sulla panchina, il dolore è divampato. Adesso attorno a me c’erano molte persone. A., so che è stata lei, ha chiamato l’ambulanza. La ragazza del centralino ha voluto parlare con me. Le ho detto che un’ombra mi aveva tirato una bastonata in testa. Credo che mi abbia preso sul serio: ‘Le mando subito l’ambulanza’. Chi era vicino prese la decisione di portarmi in una stanza. Una sedia. Non riuscivo a sedermi. Il dolore adesso scorticava l’aria. C’era un po’ di gente, non sapevano come rendersi utili. Io stringevo la testa e cominciò il lamento del male. Un mugolio che stava per diventare urlo. Le persone attorno a me, mi lanciavano un’occhiata e poi distoglievano lo sguardo. Credo che avessero voluto essere mille miglia lontano da lì. Ma, allo stesso tempo, volevano dare una mano. C’era imbarazzo, più che preoccupazione, nessuno sapeva dove stare. L’autista dell’ambulanza faticò a trovarci. Due uomini e una donna, vestiti di rosso, atterrarono nella stanza. Non so se chiesero qualcosa, o se parlammo, il medico decise subito: ‘Andiamo’. Lo scatto secco della barella che si distendeva, quasi mi sollevarono e mi trovai su un lettino viaggiante. Rumori metallici accompagnavano i pochi metri dello stretto corridoio che mi separava dall’ambulanza. Il balzo per finire nella sua pancia. Non saprei riconoscere nessuno. Mi lasciarono solo. E partirono. Sentii il suono circolare della sirena e vidi luci lampeggiare. Quante volte sono stato caricato su un’ambulanza? Ricordo quando salii su quella che stava trasportando mio padre nell’ospedale dove morì. Arrivai appena in tempo, davanti al suo ufficio, nel centro di Firenze. La barella stava districandosi fra i gradini. La segretaria di mio padre, ossuta e tosta, si parò davanti a me: ‘Sta bene, riconosce, si è preoccupato dei pantaloni calati’. Si era sentito male in bagno. Come si erano accorti del malore? Lo andarono a cercare perché non usciva? Gridò? Quante domande non ho fatto: Da allora ho sempre pensato che sarei morto in un cesso, con le mani poggiate sulla seggetta. Dall’ufficio di mio padre, mi avevano trovato, in un’epoca di telefoni fissi. Ero corso in moto, una aermacchi blu 350, all’ufficio di mio padre. Era un palazzo storico del centro di Firenze. Intercettai la barella mentre affrontava i gradini. I barellieri fecero fare un balzo al letto volante dove mio padre era disteso: adesso era dentro l’ambulanza. Si accorsero di me. Forse dissi: ‘Sono suo figlio’. La segretaria confermò. Salii. C’era un panchetto. E un infermiere. Bisognava percorrere poche centinaia di metri, allora gli ospedali stavano nel centro della città. Non sapevo cosa fare, ricordo che accarezzai la mano di mio padre. Il pollice sporco di nicotina. Non lo guardai in viso. Rimasi a fissare la sua mano. L’ultima immagine. Cinque minuti, il ruotare della sirena. Dove avevo lasciato la moto? Scesi dietro la barella, presi la giacca blu che qualcuno gli aveva appoggiato sul corpo e lo seguii, perdendolo di vista, verso il prontosoccorso.

Un’altra volta, molti anni dopo, mi ritrovai in un’ambulanza e rimasi in piedi. Anche se ero malridotto, mi appesi a un’asta di ferro. Eppure ne avevo di ragioni per cadere: cinque costole rotte, e, probabilmente, anche una vertebra. Era accaduto a Matera, durante la grande festa della Bruna. Non avevo pensieri. Non potevano credere che mi fossi fatto così male. Il medico mi costrinse a sdraiarmi sulla barella. Feci in tempo a telefonare a un amico che lavorava all’ospedale. Lo vidi arrivare al pronto soccorso con la faccia preoccupata. Mi scortò fino in radiologia. Uscì con le dita della mano a spiegare che erano ‘cinque’. Per tre mesi portai un busto.

Delle corse in ambulanza si ricorda il suono della sirena (non riesci a immaginare che questo rumore sia dedicato a te), lo scivolare rumoroso delle ruote metalliche, un suono di gomme che slittano e il tintinnio di infiniti oggetti. Non ricordo un solo viso dei miei soccorritori. Eppure siamo stati così vicini in momenti decisivi della mia vita. Come faccio a ritrovarvi?

Ecco, questa, in un giorno di metà settembre, è l’ambulanza, temo che ce ne saranno altre. Chi è steso su una barella vede solo il retro del veicolo, la bocca di una balena che si apre e ti inghiotte. Siamo arrivati (dove?), curva finale, frenata, le porte che si aprono, stridio metallico, c’è già un po’ di gente attorno all’ambulanza, vengo afferrato, so che vedo il volto di Daniela. Non ricordo altro, vengo traportato in un meccanismo perfetto. Le porte si aprono automaticamente, qualcuno mi spinge, irrompo in una stanza finale, luminosa. Potrei dire: una stanza-santuario. Immagino che si sia una luce a illuminare un guerriero. Il medico ha l’aria di chi è abituato alle emergenze. Penso a un pirata. Penso a Brad Pitt. Il dolore alla testa. Innanzitutto: sto vedendo due medici, uno accanto all’altro, anzi, si sovrammettono, hanno quattro braccia, ma due si incrociano, come se fosse una divinità orientale. Non so cosa facciano, non so se mi visitano. Mi chiedono qualcosa e io credo di rispondere: ‘Si, sono già stato ricoverato in ospedale. Lo scorso anno ho avuto un’ernia’. Davvero non so se mi visitano. Il medico indossa una bandana colorata, ci sono infermieri indaffarati, ma chi è sdraiato non riesce a afferrare il senso di cosa stanno facendo. Capisco e ammiro: è un agire corale, sanno muoversi attorno al corpo con sincronismi da tuffatori dal trampolino. Credo che il medico Brad Pitt diriga ogni gesto. Sguardo profondo, mi osserva. Ha il volto scuro, ciuffi di capelli ribelli escono dalla bandana, una barba da pirata spunta dalla mascherina. Mi piacerebbe parlare con lui. Deve essere piccolo di statura. Gli occhi sono mobili, ha una preoccupazione, ma non lascia trapelare un’emozione. Lo trovo rassicurante. ‘La mando a fare una tac’. Ma ne conosce già il responso. Credo che stia augurandosi di sbagliare. Si aggrappa alla tac per avere una speranza. Che non sia quello che teme.

Ematoma di vaste proporzioni, forse una imperfezione della vena (ci metterò del tempo a scoprire che è un’arteria), un aneurisma, forse c’è un punto così piccolo che si è fratturato, ‘Lei ha una cosa importante’. Dice ancora a rassicurare: ‘Si guarisce’. Mi rimanda dentro un tubo che ruota su sé stesso, il rumore silenziato di un aereo al decollo, una voce che non intendo, la sensazione di caldo che entra nel corpo attraverso una vena. Mezzo di contrasto, mi rimettono nel grande tubo che mi ricorda una lavatrice, fisso un punto bianco, quasi invisibile, ruota sopra i miei occhi, finisce in fretta, ora davvero sono confuso, non capisco dove sono, ritorno di fronte a Brad Pitt. ‘La ricovero. Non riusciamo a capire se è una imperfezione della vena’. Non credo che abbia detto così. Lo ripeto: non si è rotta una vena, ma un’arteria. Sento una voce che dice ‘sine materia’. Vorrei incuriosirmi. Poi non ricordo più niente.

Deve essere accaduto questo: i portantini (ne ho conosciuto solo uno alla fine, un tipo grassoccio e gioviale) devono avermi fatto girare per corridoi. Mi avranno rimesso in ambulanza? O ci sarà un passaggio diretto? No, il pronto soccorso è lontano dal reparto. Siamo andati in ambulanza. Come avranno fatto? Un infermiere avrà telefonato e gli avranno detto che c’è un letto libero. Mi fanno un tampone su per il naso, sensazione disgustosa. Negativo, risultato in cinque minuti. Non ricordo nulla di questo trasporto. Sono io la merce. Mi ritrovo in un ascensore che imparerò a conoscere nelle settimane successive. Mi inquieta. Assomiglia a un container. Salgo di piani, arrivo fino al terzo. Venti metri di corridoio, disegni alle pareti (ma non li vedrò, ci passerò del tempo davanti nei giorni a seguire), una curva a sinistra, chissà se qualche medico esce dalla stanza, a chi mi avranno affidato? Stanza tre, letto numero nove, vicino alla finestra. Ma di questo non ho alcuna memoria. Sono arrivato al mio letto. Addormentato. Mi hanno già drogato? Ci sono già sacche di flebo appese alle mie braccia.

Come avrei reagito se avessi sentito Brad Pitt spiegare a Daniela qual era la situazione? Come avrà detto? Mi sta simpatico, quindi lo immagino gentile e attento. ‘Signora, suo marito sta facendo la tac’. ‘La tac…dove?’. ‘Alla testa’. Lei credeva che fosse un guaio al cuore. Rimane in silenzio. ‘Guardi, è un buon segno che sia arrivato vivo. Di solito, sono già morti quando arrivano qui…’. Ecco, questa frase non è attenta e non l’avrà detto così. Intendeva incoraggiare. Io, se fossi stato presente, gli avrei detto che non eravamo sposati. Dovrò togliere questo paragrafo.

‘Non eri addormentato – mi ha raccontato Daniela poi – Eri tranquillo, apparentemente lucido, sembravi voler guidare chi spingeva la barella. Ti hanno portato in ambulanza. Il pronto soccorso era lontano dal reparto di neurochirurgia’, ecco cosa è accaduto, detto senza romanzare. Ecco, ora so dove sono, lo ha detto Brad Pitt senza guardarmi: reparto di neurochirurgia. Credo di aver avuto un brivido di paura. Ma so fingere bene, non sono molto bravo a mentire, anche se dico molte bugie, ma sono bravissimo nel fingere indifferenza, mentre dentro di me il cuore è in tumulto. Neurochirurgia è quanto più vicino all’anticamera della morte che posso immaginare dopo oncologia. Quando G. mi disse dove l’avrebbero ricoverata, ebbe un momento di incertezza e di spavento. Cambiò voce. Deglutì. Quasi si vergognasse. Sì, si vergognava. Disse: ‘Oncologia’. Un sussurro, si vergognava di essere malata. Non l’avrei mai più rivista cosciente.

Pensai che mi avrebbero rotto un osso del cranio e avrebbero guardato dentro. Il pensiero scomparve. Al terzo piano, dopo un po’ fecero entrare Daniela. Nel frattempo mi avevano spogliato, sistemato sotto le coperte, avranno faticato con la cintura, avrò avuto le mutande pulite?, ricordo la preoccupazione di mio padre morente per i suoi pantaloni calati.

Concessero a Daniela il tempo di uno sguardo. Poi la cacciarono. Lei mi ha raccontato che chiesi il computer. Una ossessione. Sei a un passo da finire i tuoi giorni e tu vuoi scrivere o cercare qualcosa su internet. E’ un riflesso compulsivo che non porta da nessuna parte, mai che abbia scritto un romanzo o abbia avuto successo. Vi dico subito: nei trentatre giorni passati nel letto numero 9 non ho mai aperto il Mac. Non mi sono nemmeno accorto di non aver mai cambiato letto. Ero certo di sì, ero sicuro che mi avessero spostato di stanza. Che il palazzo che vedevo dalla finestra non fosse mai lo stesso. Non era così. Non mi sono mosso da quella stanza che mi appariva grande e che invece era piccola. Avevo un compagno. Non mi accorsi di lui. Rimasi solo, ma non ho idea di come siano passate le ore. In ospedale non sono importanti. Un compagno di stanza, alla fine della mia degenza, sussurrava come se fosse un grido senza sonoro: ‘Non ne posso più, sono stufo, sono stufo’. E lo diceva con una voce disperata.

 

 

 

 

print

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.