Mi chiederò conto del tempo

In punta di piedi, timidezza delle prime volte. Festival di fotografia. A Padova. Photo Open Up. Volevo andare a piedi, c’è il sole e l’inverno esita ancora nella piana padana. A Matera, hanno già le maglie di lana. Il vecchio macello, sapientemente recuperato. Ci sono i ganci in cui venivano sacrificati i buoi e le vacche. Immagino il sangue. Credono che io sia un giornalista: un uomo gentile mi fa entrare senza pagare il biglietto. Sono un giornalista? Cosa sono? Ho ancora una tessera rossa, ma da un anno non colleziono crediti. Esentato fino al 31 dicembre per ‘malattia’. Per naufragio, dovrei dire. Privilegi (senza giustificazioni) per chi trenta e più anni fa, ha superato un esame scrivendo qualcosa (non ricordo cosa) con una Lettera 22. Siamo in tre alle prime mostre al vecchio macello. Poi uno di noi se ne va, arriva una coppia. Lui racconta delle foto. Le indica una per una.

Mi piacerebbe avere imparato a immaginare queste foto. Foto ‘concettuali’, credo. Non è scritta da nessuna parte, questa parola. Poi leggo: ‘Una foto concettuale non deve essere necessariamente bella’. E ancora: foto che non hanno bisogno di parole. ‘Non capisco, non capisco’, si sente sussurrare nell’immenso spazio del macello. Le vacche ci guardano con occhi privi di espressione: il loro destino non ha bisogno di parole. L’uomo continua a spiegare alla sua compagna, mi avvicino, ma non riesco a sentire le sue parole. Posso fotografare le foto e metterle qui? Sto commettendo un’infrazione? Mi piacciono queste foto.

Sulle pareti del vecchio macello…(muro concettuale?)

 

I capelli che rimangono nel pettine, il riflesso dei cieli e delle grate. Dettagli, sì, la foto racconta (foto di Martina Zanin, il riflesso no, è mio, anzi è delle finestre del macello). Non sono nemmeno capace di raddrizzare questa foto.

Come si guarda una mostra? Si dice: questa mi è piaciuta, questa no? Mi arriva sotto pelle? Vorrei raccontare storie come fa Martina Zanin. Racconta di sua madre, mi spiegano le parole attorno alle foto. Martina ha 27 anni. Cosa facevo io a 27 anni? Martina ha scelto buone scuole di fotografia. C’è una lettera, la lettera n.4, scritta a Roma nel 2003, da Giulia (la madre di Martina?): ‘Io desidero ancora correre senza una meta, spinta solo dalla sensazione d’amore che aleggia nel mio cuore. Vorrei solo riuscire a farmi trascinare nuovamente, come da bambino, da questo sentimento senza domande sul come o dove comincerà o se finirà’. Martina si mette a nudo: capisco che lei faceva fuggire gli uomini che sedevano sul divano accanto alla madre. Sorrido a Martina, mi spaventerebbe incontrarla, per senso di inadeguatezza. Brava. Un applauso leggero.

Martina è nata a San Daniele del Friuli.

Il tombino

Uno dei tombini attraverso il quale, immagino, colava il sangue della giugulare dei buoi. Crepa nel pavimento, le ossa che si frantumano. Metamorfosi dei luoghi: dove uccideranno i buoi adesso? Lontano dagli sguardi di chi cammina nelle strade di Padova. Chissà se sono rimaste tracce di questo massacro. Sia chiaro: mangio raramente carne, però mi piace. Ieri, Sandro, scrittore irpino, mi è apparso a sorpresa e mi detto: ‘Non mangio più carne’. Ha un bell’aspetto. Ho visto uccidere buoi e capre nei villaggi africani, ho visto le strade di Algeri e del Cairo trasformarsi in fiumi di sangue nel giorno di ʿīd al-a ḍḥā, Festa del Sacrificio. Seguo la linea che sta cercando di spezzare il pavimento del macello, bello il disegno del tombino, si aprirà una voragine, un giorno?

Il sole vuole partecipare al gioco dell’arte

Una piccola comunità della Sardegna interna. Cosa ne so? Leggo che fra il 1969 e il 1998, qui, sono state rapite oltre seicento persone. Valeria Cherchi è nata a Sassari. Nel 1986. E’ coetanea di Farouk, figlio di un albergatore, rapito nel 1992: un pezzo del suo orecchio venne trovato da un prete su una strada di campagna della Barbagia. Farouk venne liberato sei mesi dopo il sequestro. Dicono che per la sua liberazione venne pagato il più alto riscatto della storia dei sequestri.

Foto di Valeria Cherchi. L’atto di accusa scritto dalla madre di Luisa su un muro di Lula.

Nel novembre del 2003, viene uccisa, sul balcone della sua casa, mentre stendeva i panni, una ragazza, Luisa, figlia di Laura e di Matteo, condannato per il rapimento di Farouk. Non è mai stato scoperto l’assassino di Luisa. Da internet so che Matteo è stato scarcerato dopo venticinque anni di prigione. Trovo su ‘Sardegna Live’, il ricordo degli amici di Luisa, diciassette anni dopo la sua morte: ‘Sos cumpanzos tuos chi non t’an a irmenticare mai.’

Valeria, con foto, parole, frammenti, fotogrammi, racconta la storia del rapimento di Farouk e l’assassinio di Luisa. Valeria, leggo, cammina, lungamente, sui sentieri del ‘non-detto’, storie che non hanno conosciuto un finale: sono rimaste sospese nel tempo e nella memoria di chi ricorda. Brava, molto brava, Valeria.

Cosa volevo fare?

Un fragile lucchetto

 

Il libro di Valeria, legato a un filo. Leggere, guardare e non portare via.

 

Visitatori

 

L’anima dei buoi

 

Seduti ad aspettare che le storie si ripetano

Non trovo il tempo per vedere tutte le mostre. Vertigini mentre cammino. Le gambe si inceppano, accade con frequenza. Passo davanti alle Mujeres de Cine. Guardo queste ragazze in bianco e nero.  I pensieri sul tempo. Foto che ritrae Esther Ralston. Vado su wikipedia: primo film nel 1915, era un angelo, aveva tredici anni. Wiki, in italiano, non dice molto: elenca solo i suoi film. Mi piace molto questa foto. Esther ha un’aria stupita, accenna una sorpresa felice, almeno credo. Penso che guardare queste foto è come una visita al cimitero. Forse perché ho un ossessione: queste donne sono belle, hanno avuto anni di gloria, quasi tutte hanno vissuto a lungo (in un tempo in cui la vita media era più breve) e ora appaiono, in foto antiche, nei corridoi aerei di un centro culturale padovano. Appaiono ai mei occhi. Guardo la data di nascita: 1902. Esther ha vissuto 92 anni. Non ha visto l’anno 2000. Aspetto un pensiero, non arriva.

Mujeres de Cine, mostra Photo Open Up a Padova. Esther…

Al piano terra del centro culturale che ospita alcune delle mostre di Photo Open Up stanno preparando un rinfresco, una festeggiamento. Ci sono solo due camerieri a sorvegliare il buffet e due ragazze comodamente sdraiate su un divano bianco. Bianco è il colore degli arredi, delle pareti, delle tovaglie. Le sole macchie di colore sono i cibi.

Quanto tempo ho impiegato a scrivere queste righe? Cosa avrei scritto un anno fa? Cosa scrissi dopo Arles? Ricordo un viaggio a Venezia, anni ’70, credo. E Massimo che ci spiegava come avevano fatto certe foto.

Pubblico con timore e imbarazzo.

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