Che fortuna aver incontrato Dondero

Da pochi giorni è in libreria:

Non ci resta che l’amore, Il romanzo di Mario Dondero.

(Lo ha scritto Angelo Ferracuti, per il Saggiatore).

Mentre lo leggo sento la voce di Mario e di Angelo. Ripenso a uno degli incontri più belli della mia vita. Ritrovo nelle pagine di Angelo, le emozioni che ho provato nei giorni (troppo pochi) passati assieme. Scrive Angelo che quando Mario fotografava, avveniva ‘una trasformazione’, non era una semplice fotografia, ma un’empatia con il mondo. ‘E a lui le metamorfosi riuscivano meravigliosamente, e, frquentandolo si rideva tantissimo, anche una semplice passeggiata diventava un’avventura memorabile’. Mario aveva la ‘capacità di cambiare la vita degli altri, di migliorarla’, una capacità che ‘in lui è stata una vera e propria arte’

Il primo incontro. Ad Altidona. Non so come capitò di leggere su ‘Il Fatto’ che era stata inaugurata una tua mostra, Mario. Nelle tue terre, un paese vicino a Fermo (oggi ad Altidona, i tuoi amici conservano 600mila foto tue, hanno  fatto un lavoro prezioso). Avevo un tuo ricordo ai tempi de ‘Il Manifesto’: una volta ti vidi in corridoio, parlavi con una grafica. Sapevo chi eri, ma non mi avvicinai. Mi piacque la tua eleganza gentile. Anni dopo avrei ritrovato la stessa dolcezza in Riszard Kapušcinki (ho saputo solo leggendo il libro di Angelo che tutti e tre eravamo a Capodarco, al seminario del Redattore Sociale, quando Ryszard venne la prima volta in Italia e io scrissi un capitolo del piccolo libro: ‘Il cinico non è adatto a questo mestiere’.

Daniela telefonò al numero riportato dal giornale. Volevamo sapere fino a quando era aperta la mostra. Rispose una voce femminile. Che disse: ‘Le passo Mario’. E lui: ‘Venite. E fermatevi qui’.

Partimmo dal Trentino per raggiungere le Marche. Trovammo Mario assieme con un’altra coppia, anche loro erano arrivati ad Altidona grazie al suo invito imprevisto. Fu una visita con la sua guida, durò un tempo lungo e bello, le sue parole sfioravano le foto, si confondevano le une con le altre, dedicavano attenzione a ogni scatto, immagino che ricordasse con una piccola felicità quei momenti che lo scatto aveva reso ‘eterni’, oltre il tempo. Peccato non si possa far rivivere nella realtà il momento che un’immagine ci ricorda. E io ricordo la foto di Simone Signoret. Era come se fosse accanto a noi. Bellissima e disperata. Vorrei, voglio, salvarla. Mario si sofferma a lungo davanti a lei. La foto è vicina a una finestra, afferra una luce commovente.

L’ultimo regalo di Mario. Anni dopo. Non troppi, il nostro conoscersi è una storia recente. A me sembra lungo una vita che, forse, aspettava proprio questo incontro: riuscii anche a convincere un’economista di Pavia che Mario andava intervistato per un libro sullo Sviluppo. Su suggerimento di Mario, titolai l’intervista: Cosa ne sa Reagan di Piero della Francesca? E poi un pranzo in una tenda tuareg, un trovarsi al festival di Internazionale, un cognac (era cognac?) a Pieve Santo Stefano prima di un suo intervento agli ‘Archivi della Memoria’ (altro brivido: aveva fotografato Pier Paolo Pasolini e Fidel Castro e aveva convinto un soldato della Germania Est a farlo salire sul tetto del Reichstag, il giorno prima della caduta del Muro. Aveva conosciuto le Afriche delle guerre e della grande umanità. E ora era in apprensione prima di salire su un palco di un paese toscano)…

Anni dopo, io e Francesca (si era appena laureata con una tesi sul di lui) andammo a trovarlo. Avevamo un appuntamento a Fermo con Mario B., fotografo grande, fratello di umanità di Dondero. Mario era in ospedale, erano le sue ultime settimane di vita, era a letto, ma il suo spirito non lo aveva abbandonato. Credo che sia merito suo se non ho smesso di fotografare (mi ha regalato un tempo supplementare). Avrei voluto avere la sua capacità di accogliere la vita e tessere amicizie profonde, avrei voluto seguire le mappe dei suoi mille amici dispersi per il mondo. Francesca gli portò la sua tesi. I suoi occhi si emozionarono: fu un corteggiamento gentile, vero, dolcissimo. Un uomo di 87 anni, con addosso la malattia, e una bella ragazza di 24 anni di cui tutti eravamo innamorati. Avrei dovuto filmare l’incontro. Mario cercò di convincere l’infermiera di consentirgli di uscire per venire a pranzo con noi. Laura lo trattenne: non era possibile, lui aveva già messo i piedi giù dal letto. Che peccato. Ci suggerì, allora, un ristorante. Una cucina popolare, buonissima. Al momento del conto, scoprimmo che Mario aveva pagato.

Non lo vidi più da allora. Anche Francesca non vidi più: una sola volta apparve come un miracolo (apparizione improvvisa, degna di Dondero) in una piazza di San Gimignano. L. era convinta che la sua presenza non fosse casuale. Da allora non so più niente di lei.

Mario morì il 13 dicembre di sette anni fa. Io ero in Etiopia, non potevo raggiungerlo. Mi fermai e rimasi immobile, a fissare la strada di terra rossastra davanti a me. Daniela e Mario B. andarono, con cento altri, al suo funerale.

Due anni dopo, Laura ci chiamò a Fermo. Riunì gli amici di Mario perché, finalmente, la sua tomba aveva una lapide di pietra. Venne piantato un olivo. La tomba si affaccia sulla valle. Lo sapevo già: la foto di Mario sulla lapide l’ho scattata io (era accaduto quel pomeriggio di Pieve Santo Stefano). I suoi amici l’avevano trovata nel web, ma non sapevano chi era il fotografo. Non so dove fosse stata pubblicata. Mario è seduto, i suoi occhi spuntato oltre la sua Leica in mano. Ha lo sguardo di un uomo curioso. La macchina fotografica come mezzo per intrecciare amicizie, relazioni, conoscenze. Laura ricordò quella foto, mi rintracciarono. Mi invitarono, e ancor oggi gliene sono grato. Se mi avessero detto che una mia foto sarebbe stata esposta al Moma di New York, non sarei stato così felice

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