Cronaca del primo volo

Dopo diciannove mesi, ho preso un aereo. Da Verona a Bari. Orario tranquillo: 12.30. Solo che il tempo è passato senza allarmi. Quando si avvicina l’ ora di ogni partenza, avverto un senso di falsi movimenti.

Dovrei scrivere di Etiopia. I tigrini sono a Komblocha e a Dessiè. La strada è aperta verso Addis Abeba. Replay da tragedia di altre guerre. Ma l’esercito federale non era fra i più potenti dell’Africa? Adesso è in rotta. Cercano di resistere a Debre Birhan. I tigrini avanzano.

Dovrei scrivere di Nicaragua. Sergio y Gioconda sono in esilio. Fra quattro giorni si vota a Managua. La tirannia della coppia presidenziale Ortega-Murillo imprigiona il paese.

Daniela accosta su uno svincolo. La mia ‘urgenza minzionale’, eredità di un’arteria lacerata. Fa di tutto per costruire ostacoli sulla mia vita.

Aeroporto di Verona. Quanto manca? Mezz’ora di ritardo. Scivolo al controllo greenpass. Dimentico dietro a me la valigia. Mi avverte un passeggero. In mano: carta di identità, greenpass, carta di imbarco. Più computer. Trolley e borsa fotografica. Il viaggiatore pesante? Quasi paura.

Sorveglio i movimenti degli altri passeggeri. Un coppia di mezza età bisticcia. Meglio: lui è rompiscatole a cui niente va bene. E’ una guerra di parole con il mondo. ‘Dov’è l’aereo? Dov’è l’aereo? Lo vedi tu?’. La moglie, dimessa, rimane in silenzio. ‘Dobbiamo entrare dalla porta posteriore’. ‘No, saliamo da quella davanti’.

Due donne senza priorità sbarrano la fila. Un ragazzino (viaggia da solo) le rimprovera: ‘Voi dovreste lasciar passare’. Loro lo guardano con stupore. Il ragazzino è un viaggiatore esperto e tecnologico. Lo osservo ammirato e invidioso. Io sbando di apprensione.

Piove sulla pista. Sono l’ultimo. Mi prendo tutta la pioggia, sgocciolii sulla mia testa. Posto 25 B. Ryan Air ti vende barrette al cioccolato, profumi, gratta e vinci (in offerta), riso con salsa tailandese, quattro panini 30 euro. Gin Tonic ‘e tanto altro’. Calzini. Paco Rabane e Kelvin Klein. Ammicca: da quindici anni sosteniamo l’ospedale Mayer di Firenze.

Leggo dalla rivista del mio vicino di volo: la nostra aspettativa di vita è di 730mila ore, un decimo le passiamo a lavorare. Io sono sempre stato in vacanza o non ho mai fatto una vacanza? Per questo la mia pensione…

Un ragazzo ha un meraviglioso cappello da sciamano: tessuto con pelo di lupa, penne di fagiano, ossicini di pollo, e un teschio sulla fronte.

L’aeroporto di Bari. Karol Woytila. Esco senza accorgermene. Dov’è la stazione. Vado nella direzione opposta. Chiedo a un taxista e lui dice, ovviamente: ‘La porto io’. Poi mi guarda e mi istruisce.

Sottopassaggio. Devo assomigliare a un coker bagnato. La donna della biglietteria rivela una gentilezza super-attenta. Intravede il mio sguardo apprensivo? Due biglietti: uno per il treno del Nord e un Trenitalia per il Sud. Ho tempo, il volo è arrivato con un quarto d’ora di anticipo. Grazie vento. La donna va alle macchinette e fa il biglietto per me. Tengo in equilibrio fra le dita la carta di credito, con la paura di smarrirla. Mi spiega come raggiungere i binari. Cerco di memorizzare. Lungo tunnel illuminato da led. Dove sono tutti? Saluto due operai che stanno lavorando a un roulant. Alla fine, non riesco a uscire. I tornielli mi bloccano. C’è un geroglifico (ehi, si chiama Qr-code) che deve aiutarmi ad aprire lo sportello a vetri. Poggio ovunque il cruciverba tecnologico, ma non dove dovrei farlo. Rimango prigioniero. Uno degli operai che ho salutato viene in soccorso. In silenzio, mi sfila il biglietto e lo mette su un ‘bersaglio’ evidentissimo e la porta si apre. Sussurro: ‘Grazie’. Vergogna.

Mi siedo a distanza di una sedia, vicino a una ragazza. Ha occhiaie belle (si vedono ai confini della mascherina) e capelli che vorrei accarezzare.

Treno per Bari Centrale. Un’altra ragazza bellissima sul treno. Capelli corvini, occhi profondi, lungo cappotto. Donna del Sud.

Binario otto. Avevo lasciato in valigia gli appunti sull’orario. Una vigilante mi aiuta a trovare uno schermo luminoso. Treno regionale per Taranto, aria di casa. Di quale casa?

Solo ragazzi. Poi sale, con difficoltà, una ‘grande’, piegata dal peso del trolley, un ragazzo l’aiuta. Lei chiede: ‘Va a Modugno?’. No, risponde lui. Ha l’aria da bullo e ha una gentilezza lieve e tenera. ‘L’aiuto io’. ‘Ci sono scale?’, chiede la donna. E’ in allarme. ‘E’ faticoso per la vostra età’. Il ragazzo risponde di sì alla domanda sulle scale, vuole darle una mano a scendere, non si accorge che la porta del vagone non funziona e non si apre. La donna: ‘Mamma mia, mamma mia, mamma mia, mamma mia, mamma mia…’. Cercano di raggiungere un’altra porta. Il treno riparte: ‘Mamma mia, mamma mia, mamma mia, mamma mia…’. La voce è vicina al pianto. Si avvicinano altri ragazzi. Bisogna aspettare la prossima stazione. Acquaviva delle Fonti? I nomi dei paesi: Grumo, Palagianello…

Come faccio a capire quando sto per arrivare a Massafra? Il treno è quasi vuoto. Ora so che una porta è bloccata. Mi muovo. Una ragazza, sola nel vagone, mi dice: ‘E’ la prossima’.

Non ero mai stato alla stazione di Massafra. Edificio rosso, come si deve. Deserto. Nessuno per strada. Una grande pubblicità dei polli Aia. Lascio la valigia in mezzo alla strada, mi sembra una belle foto che non scatto. Arriva un’auto. Una Mercedes rumena. Dalla vernice grigia e sbiadita. Sorpresa: Erika e sua sorella. Splendida Mercedes. Salvo.

Saliamo al paese. Il bar ‘Tazza d’oro’. Ai tavoli i ragazzi di ‘Vicoli Corti’. Ricordo che qui si usa l’ ‘espressino’. Chiedo un panino. Mortadella, con pomodori, insalata, po’ di formaggio. Grigliato su una piastra. Succulento e proletario. Riconosco Daniele, il barista. Il cameriere è un ragazzino. Succo di melograno, mi ricorda la Bosnia. Due vecchi contadini spremettero due melograni in un antico tornio. Per noi.

Stiamo al bar. Non c’è fretta. Perdiamo/occupiamo il tempo.

Poi andiamo, teatro delle Forche, con le poltroncine di velluto rosso, prendiamo due sedie di plastica, un decina di ragazzi, sotto i 18 anni, Donato li ha appena compiuti, ha superato l’esame di guida nella mattina e ora, prima delle otto, deve andare a prendere la patente.

E poi, loro: Paola e Stefano. Sento la musica di Tom Waits, è nella mia memoria, e il sapore delle tagliatelle. Quanto tempo, quanto tempo!

Abbracci, abbracci, corpi, ricordo quando arrivammo a casa loro, Val Samoggia, e gridammo: ‘Ariette, Ariette, Ariette!’.

Perché me ne vado sempre?

Massafra, 3 novembre 2021

 

 

 

 

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