Ghadames

ghadames

Alle porte del Sahara

……Ibrahim scompare in un vicolo buio e coperto. Io mi fermo come di fronte a un confine fra la notte il giorno. Questa è Ghadames: un gioco architettonico di bianco accecante e di nero improvviso. Gli occhi faticano a star dietro alla luce del sole che, come una sciabola, taglia la parete di uno stretto vicolo per poi ritrovarsi nell’ombra di un passaggio coperto. Ghadames ha una doppia pelle: città del deserto in bianco e nero all’esterno e sfolgorio di colori nelle stanze ricolme di tappeti e arredi di uno sfavillante barocco sahariano. Questa oasi è una città per pittori.

‘No, stai attento – mi avverte Ibrahim – Questa non è una città per artisti: sono i vecchi a meritare di abitare in questo piccolo paradiso. I vecchi hanno salvato Ghadames’. Ha ragione, Ibrahim: agli inizi degli anni ’80 le pretese modernizzanti della Libia di Gheddafi avevano condannato l’oasi; fra il 1984 e il 1987, tutti gli abitanti della città vecchia dovettero traslocare. Via da quelle abitazioni contorte ed antiche (certo: alcune erano malsane, prive com’erano di fogne e bagni), via da quell’aggrovigliarsi stretto di scale interne e dagli incastri di stanze appollaiate una sull’altra. Via da quel design urbanistico da perfetta medina del deserto fatto di pozzi, piccoli archi, moschee nascoste, terrazzi assolati, finte finestre. In tre anni, undicimila persone furono trasferite nei condomini della città nuova, oltre la linea dei cimiteri che accerchiavano le antiche mura.

Ma i vecchi, davvero, amavano troppo Ghadames: non la abbandonarono e, per anni, non hanno mai smesso, nemmeno per un giorno, di venire nel dedalo dei suoi vicoli. Aprivano le porte della case, davano aria alle stanze, puntellavano qualche cedimento, pulivano le sale delle moschee, fino a tarda sera, sedevano, sotto i portici bassi, sui dakkar, le panchine-gradone, bianche di calce, a chiacchierare, a sorseggiare tè, a godersi i refoli di vento che cammini aerei catturano, ancor oggi, al cielo. Come dargli torto: Ghadames è una perfetta architettura ecologica, le temperature, in estate, potevano pur salire a quaranta e passa grandi, e, sevivere nei nuovi condomini era una tortura, nel silenzio della città vecchia, si poteva sonnecchiare a venti gradi di meno. E’ avvenuto così, grazie ai vecchi, che Ghadames si sia ribellata al destino: a  differenza di altre medine sahariane cadute in rovina,  questa città, irrinunciabile luogo di sosta per la carovane transahariane, si è salvata, la modernità non ha vinto e l’oasi ha atteso, con pazienza, una possibile resurrezione……..

Libretto piccolo. Poche pagine. Fotografie. Scattate nei tempi dei molti viaggi in Libia. Libretto testardo: voluto da Daniela. Per raccontare, frammento dopo frammento, questa terra. Libro per ricordare il giorno che i visitatori, sempre troppo frettolosi, passano in questa oasi. E’ una sorta di racconto-guida. Serve a girare per la vecchia Medina. Ma toccherà a chi arriva a Ghadames perdersi e raccontare a noi altri segreti-non segreti della città più bella del Sahara.

Per averne una copia, rassegnatevi: si trova solo in Libia. Un buon posto è un piccolo negozio a fianco dell’arco di Marco Aurelio a Tripoli. Altrimenti scrivete alla mia mail (sta nella prima pagina di questo luogo).