Accadde al caffé Amir

Le ali nere delle ragazze di Tehran

Belli, bellissimi, forti, dagli occhi di fuoco, ansiosi di futuro, coraggiosi, con la paura sotto la pelle di alabastro. E tanti, tantissimi. Un iraniano su due ha meno di 18 anni: sono ‘i figli della Rivoluzione’. Le ragazze agitano i loro chador neri, i ragazzi sono sfrontati. Cronaca da un paese in bilico fra l’integralismo religioso e la forza della gioventù.

Accade al cafè Amir. Lei è bella, bellissima. Come tutte le ragazze di questa città: occhi profondi, occhi di bosco, fiammeggianti, ribelli, intelligenti. Il russari, foulard irriverente, è tirato indietro a mezza testa e i capelli, con ciocche ambrate, fuggono da ogni parte. Lei li sfiora di continuo. Il viso truccato con fard leggero nasconde una pelle da Madonna orientale. Le ciglia sono perfette. Fuma con piacere evidente. Tira su le maniche della tunica islamica e gioca con le dita di un ragazzo dai capelli lunghi, altrettanto bello e sfrontato. Sul tavolo una cassetta video. Che rimane lì, senza titolo, in piena vista. E altri ragazzi e ragazze arrivano, si siedono, ridono di cuore. Indifferenti al mondo attorno, ma parte irrinunciabile del mondo, di questo mondo, di questa Tehran che lascia senza fiato.
Accade al cafè Amir. Il ragazzo dai capelli biondi e l’aria nervosa mi ferma al volo e mi invita a sedermi al suo tavolo. Fuma una sigaretta dopo l’altra. Sposta la tazzina del caffè turco. Parla inglese. Con velocità balbettante, faticosa da seguire. Per un quarto d’ora non mi lascia aprire bocca e mi racconta di fabbriche chiuse su al Nord, di operai in ribellione, di operai stanchi, di gente cacciata in prigione. Mi lascia un numero telefonico: ‘Chiama, qui troverai i veri socialisti’. Lui dice di chiamarsi Bob. Nome irreale in questa città d’Oriente. Quanto devo crederci a questo ragazzo che mi parla così, in mezzo a decine di altre persone e che se ne va, come un lampo, dopo la sua requisitoria?
Accade al cafè Amir. Il cameriere ha quasi novant’anni. Lavora qui da oltre sessanta. Ha visto passare gli aristocratici delle corti imperiali, le poetesse che poi si suicidarono a Parigi, le donne viaggiatrici degli anni ’30, i ministri dello Scià, i campioni di lotta libera, i custodi dell’integralismo islamico dal turbante nero, segno della loro discendenza, più o meno diretta, dalla sterminata genealogia del Profeta. E ora serve il thé ai ragazzi della nuova Tehran. Trent’anni fa, il padrone lo costringeva a radersi due volte al giorno: oggi la sua camiciola esce dalla cinta dei pantaloni e la sua barba, bianca e spinosa, è lunga di molte giornate. Alla sera, in altri tempi, avrebbe dovuto indossare un papillon per inchinarsi agli ospiti fra gli specchi del più bel locale Belle Epoque della città, l’unico ancor oggi superstite in questa capitale sterminata. Racconta: ‘Non è cambiato niente in mezzo secolo. Niente. Solo l’arredo di questo locale’.
Non volevo crederci, non potevo crederci: ma il cafè Amir sta qui, a Tehran. A un passo dal bazaar, cuore pulsante della capitale dell’Iràn degli ayatollah e dell’Islam di Stato. Potevo gettare alle ortiche una inutile Lonely Planet che insiste, scioccamente, solo a descrivere il clima cupo della capitale dell’Iran; potevo mettere da parte decine e decine di articoli che parlavano di questa città come piegata alle rigidità dell’oscurantismo religioso. E potevo, al contrario, bearmi, per qualche ora, dei ragazzi e delle ragazze del cafè Amir. ‘Tu non ci crederai, sei occidentale e non potrai mai convincerti che il chador ci abbia regalato una libertà che, forse, non avremmo avuto in altro modo. La modernità dello Scià era un imbroglio e una schiavitù’, mi dice la donna di mezza età seduta sull’erba di un parco. Me lo ripeterà una giovane professoressa dell’Università e una ragazza in una casa privata. E io, no, non ci credo. E se lo racconto alle ragazze della redazione di Linus, mi tirano dietro qualcosa. Me lo hanno giurato. ‘E invece è così e i mullah non lo hanno capito: il padre dello Scià proibì i chador e le donne si ritrovarono chiuse in casa. Con addosso velo e foulard sono uscite per le strade e hanno scoperto il mondo: E ora, inshallah, lo conquisteranno’. Ed è vero: a vent’anni dalla Rivoluzione islamica, a tredici dalla fine della oscena guerra con l’Iraq, le ragazze di oggi stanno occupando i posti all’Università (il 58% degli studenti a Tehran sono donne); stanno spostando sempre più in avanti, passo dopo passo, gli equilibri difficili di una società in bilico fra dogmi ottusi e un futuro cercato e desiderato; stanno sfidando la bigotteria del potere e osano candidarsi alle elezioni presidenziali (ma i mullah sono riusciti a far rinunciare alla candidatura Farah Khosrawi, leader del partito Società per l’Iran di domani). ‘Tra dieci anni queste donne guideranno l’Iràn’, mi dice, con troppo ottimismo, un’altra professoressa dell’Università. Troppo ottimismo, davvero, ma, quel che è certo, è che Tehran sorprende, lascia senza parole chi vi arrivi per la prima volta: è un alluvione di giovani, un esercito di ragazzi e ragazze, un futuro fatto di gente che oggi ha vent’anni, che è nata negli anni della Rivoluzione khomeynista, che è cresciuta nelle rigidità oscurantiste di un regime islamico, che ha vissuto da bambino gli orrori della guerra con l’Iraq, e che oggi, diventata adulta, reclama diritti e bisogni. Adesso questi ragazzi vogliono vivere, vogliono essere felici, vogliono contare. A Tehran il 55% degli abitanti ha meno di 18 anni. Due terzi degli iraniani hanno meno di 25 anni. Uno su due ha meno di venti anni. ‘Siamo tanti. E ci siamo, vogliamo essere visibili e vogliamo essere guardati’, ti ripetono i ragazzi a ogni incontro. Sono davvero tantissimi. E belli, bellissimi. E curiosi, ansiosi, preoccupati, divisi fra voglia di libertà e timori del futuro, fra la tentazione di fuggirsene all’estero e l’amore irrisolvibile per l’Iran. ‘Questi sono davvero i figli della Rivoluzione. Non hanno un passato. E vogliono sapere perché nessuno, in questi vent’anni, ha tenuto conto di loro. Hanno ragioni da vendere nel gridare il loro scontento’, dice, con insistenze, il regista iraniano più celebre, Abbas Kiarostami.
E i ragazzi hanno già vinto prove durissime: le guardie spirituali della morale sono sparite dalle strade di Tehran. Più nessun blitz dei famigerati komiteh, a bordo di auto dai vetri oscurati, nelle feste private, nei centri commerciali, nei parchi, nei caffè per scovare gli ‘immorali’, per afferrare ragazzi che si tengono per mano, per costringere le ragazze a coprirsi dalla testa ai piedi. Oggi la sfida è aperta, potere del clero conservatore e giovani si stanno guardando negli occhi con gesti di sfida: alle ultime elezioni, a giugno, hanno votato anche i quindicenni e il presidente riformatore, Mohammed Khatami, ha umiliato il fronte dei mullah di destra: oltre 28 milioni di iraniani hanno votato per questo hojetolesman moderato, un uomo del sistema, certamente, ma che sa sorridere e dire parole leggere. Il 77% dei votanti ha scelto, ancora una volta, la speranza di un cambiamento. Lento, forse troppo lento, per la frenesia dei ragazzi.
Il cambiamento è nelle strade di Tehran. Nell’elegante centro commerciale di Vanak, ritrovo dell’alta borghesia occidentalizzata della capitale, spuntano le vetrine con minigonne e abiti senza maniche e scollati. Le ragazze si assiepano davanti al negozio. Entrano, comprano, ridono orgogliose. Una donna di mezza di età mi guarda con occhi addolorati, come se mi leggesse nel pensiero: ‘Non si inganni, questa non è Tehran. Per nostra sfortuna”. Tehran in bilico: al Park-e-shahar, parco dai bei platani ombreggianti, le ragazze studiano sedute sulle panchine per gli esami di ammissione all’università. Giureresti che giocano con il loro chador nero, giureresti che civettano con i ragazzi seduti sulle panchine di fronte. Un ragazzo e una ragazza camminano ondeggiando le mani e abbracciandosi con tenerezza di pulcini. Al caffè Ghandi, i chador diventano gialli, rossi, verde splendente e le ragazze ridono e parlano con ingenua freschezza e lievità. Reza, vent’anni, studente di ingegneria, mi dirà: ‘A noi non piace il potere. Non vogliamo né ammazzare, né essere ammazzati per cambiare questo mondo. Vogliamo avere le nostre possibilità, ma non ci piace questo potere corrotto e che corrompe. Qui non c’entra la religione. Noi siamo religiosi e abbiamo occhi per essere capaci di vedere come quei disgraziati rimangono aggrappati alle loro sedie solo perché possono arricchirsi’. Parole dure e sagge in un paese che non ha mai conosciuto una transizione che non sia stata crudelmente violenta e sanguinosa. Paese, da sempre (e non solo nel ventennio dei mullah), segnato dai rivoli della corruzione. Nella notte di Tehran migliaia di ragazzi e ragazze si assembrano per ascoltare le noti vibranti di un sassofonista jazz iraniano. I giovani accedono lumini e oscillano sfiorandosi spalla contro spalla, accennano passi di danza. Da noi, in Europa, nessuno si stupirebbe, ma qui le leggi vietano di ballare, vietano alle donne di cantare, ma loro sanno di essere in tanti. E, finché possono, in un rischioso gioco alla corda, se ne fregano dei divieti. Guardano Mtv con le parabole, scaricano da Internet (i cafè-net sono affollati senza pause. A luglio i mullah hanno vietato – ma come possono farlo? – di collegarsi con i siti dell’opposizione, i più letti dai ragazzi) le musica di Sting e di Madonna, registrano film occidentali vietati (e pur disponibili con facilità in copie pirata in contemporanea all’uscita nelle sale americane): insomma, i giovani resistono. ‘La globalizzazione qui ci sta aiutando: ha rotto l’isolamento’, mi spiegheranno all’Università. L’onda lunga di un mondo senza frontiere spiazza il regime dei mullah. Puoi cacciare, minacciare, processare i leader del cambiamento come l’ex-sindaco di Tehran Karbashi o l’ex-ministro della cultura Mohajerani (e, come vedete, in questo articolo ogni interlocutore è anonimo per evitare qualsiasi rischio). Puoi chiudere e sequestrare i giornali (e lo fanno. Ne hanno sigillati una trentina), puoi incarcerare i giornalisti (e lo fanno. Con assiduità), ma come fermi Internet? Come fermi la musica? Come fermi i libri o il teatro? E questi ragazzi affollano i concerti, leggono, scalpitano davanti ai cinema o alle sale teatrali. Sanno che dovranno affrontare sfide difficili: come troveranno lavoro? Nei prossimi cinque anni, dieci milioni di iraniani cercheranno di un mestiere, un impiego, un modo per sopravvivere. E lo scorso anno, in Iran sono stati creati solo 340mila nuovi posti di lavoro. Quale sarà il futuro dei giovani? Cosa faranno nella vita? Chi può se ne andrà all’estero (200mila lo scorso anno), ma l’Iran è nel cuore: loro sono nazionalisti e fieri, profondamente iraniani. Il regime cercherà di dividerli. Non vuoi fare il servizio militare, non vuoi passare due anni in caserme di ferro? Basta pagare fra i tre e i quattromila dollari e, per legge, ne sei fuori. Ma chi (e sono i più) non ha una simile somma? Solo i poveri saranno spremuti, per mesi e mesi, da sottufficiali arroganti. Come reagiranno alla regole religiose del matrimonio? Qui, molti (la maggioranza?) di questi ragazzi, soprattutto nei quartieri tradizionalisti della Tehran del Sud, vuole scoparsi la prima ragazza disponibile, ma si sposeranno solo una donna vergine. ‘E’ così difficile avere una ragazza, che le salti addosso appena ne incontri una. Ma il matrimonio è un’altra cosa’, sbuffa un ragazzo davanti una bancarella di pannocchie arrostite.
Al teatro Vahdat, affollato nei giorni dei concerti, donne custodi dell’ortodossia islamica, le chadori, controllano che le ragazze siano coperte a sufficienza prima di farle entrare in sala. Al centro Bahman, immensa e strepitosa area ‘sociale’ nel Sud di Tehran, fanno indossare le calze a chi arriva con i sandali in un’estate da 40 e passa gradi (le ragazze se le toglieranno di nuovo una volta passato il controllo). No, Tehran è una città di contraddizioni e di sfide, città in bilico. ‘Fra cinque anni, qui va per aria tutto’, mi dirà un uomo di affari italiano. ‘No, questo paese diventerà un colosso. Fra vent’anni sarà una potenza mondiale’, replica un compassato tycoon inglese, qua per compare tappeti all’ingrosso. Non azzardo previsioni, Tehran è una città schizofrenica, in bilico (forse perenne) fra il passato (tutto qui sa di storia, anche se ogni palazzo della città vecchia è stata demolito), la tradizione e l’inarrestabile modernità, fra la religione del cuore (un Islam laico e fervido) e una religione di stato (un Islam torvo e autoritario, privo di ogni sorriso). I giovani sanno che non stanno nemmeno sfiorando i nodi del potere. L’economia, la giustizia, i soldi restano nelle mani di una clericocrazia rapace incatenata al potere. Ma la Bella Gioventù di Tehran è audace al punto di poter provare a vincere. Inshallah! Davvero Inshallah.