Gli uomini dalle suole di vento

Kush indossa jeans strappati ai ginocchi e Adidas bianche e nere troppo grandi ai piedi. E lavora come cameriere. Gli occhi, certo, sono gli stessi: ombrosi, scuri, la pupilla nera che naviga in un biancore opaco. Anche il bastoncino infilato nei denti è lo stesso: un gesto che non è cambiato dai tempi in cui da qui è passato Corto. I capelli sono la solita incrostazione di sale, terra, sporco, grasso di capra. E il minareto è sempre lì: la porta dalle assi mal fissate, il balconcino in legno con qualche trave in meno, la mezza luna musulmana oramai arrugginita. Poco altro: la stessa voce rauca accompagna alba e tramonto, gracchia nel cielo di zinco preghiere immobili. I fratelli di Kush si piegano sulla striscia accecante della spiaggia di sale, si inginocchiano verso un orizzonte che tremola sotto ondate di caldo. La loro testa tocca terra, poggia sulla polvere bianca: gli uomini si rialzano con una macchia sporca sulla fronte e sul naso e guardano, con diffidenza, gli intrusi. Kush serve l’ennesima Coca-cola ai bianchi che, naturalmente, si sono seduti al riparo dell’ombra del caffè Brise de Mer. Gioco di nostalgie e di sudate malinconie. Che strano tornare in questi luoghi! Quanti anni sono passati da quando Corto è stato qui? Dieci? Venti? Tutta un’eternità? Il tempo ha cancellato la veranda dell’hotel Europa dalla quale i marinai si affacciavano su piazza Menelik. Chi ha avuto la sciagurata idea di ribattezzarlo, ora, Residence Europa e di ridisegnare le sue finestre con alluminio anodizzato? La sua donna, la grande donna, padrona dell’hotel Menelik, se ne è andata da tempo, raccontano, senza crederci, che è tornata al suo villaggio di lava e polvere. Anche il catch Katjiuscia, la sua barca, è ripartito: australiani vitaminizzati, skipper emiliani e una cuoca croata porteranno in giro turisti francesi. Corto non sarebbe poi tanto felice, ma scrollerebbe le spalle con malinconica rassegnazione: lui avrebbe preferito veleggiare verso i vulcani della baia di Ghoubbet el-Kharab e le lontane isola dei Sette Fratelli. Altri tempi. Del resto, qui a Gibuti, basta guardarsi attorno per capire che tutto è cambiato: al giovedì sera, il corteo di landcruisers metallizzate, di potenti fuoristrada, è senza fine. Chiudono gli uffici della Legione straniera e dell’Armée, arrogante residuo delle ambizioni coloniali francesi, si bloccano le cooperazioni e le organizzazioni non governative: gli stranieri vanno nel deserto di lava, corrono al mare. Nei finesettimana non si coopera, non si aiuta, non si fa finta di essere buoni: i bianchi, dagli stomaci forti e dalle cosce piene di muscoli, vanno in vacanza, week-end musulmano e assoluto, unico rifugio dalla noia dei giorni inutili segnati solo dal ronzio dei condizionatori d’aria. Le stagioni all’inferno, per i bianchi di oggi, non esistono. E i nuovi viaggiatori non hanno più fantasie e disperazioni, non hanno più le ‘suole di vento’ di Arthur Rimbaud, antenato di Corto che qui gettò in mare e nell’orrore del deserto i suoi anni al vetriolo. Dopo il suo passaggio, un secolo fa, hanno inventato perfino Gibuti, hanno ingannato il mar Rosso con questa città, hanno illuso gli avventurieri. Gibuti: ‘occhio dell’aquila’ per le genti Oromo; ‘terra sterile’ in lingua somala. Nome appropriato: ma qui si doveva venire. E noi, buoni ultimi, siamo più banali; ostinati, cerchiamo, incapaci di lasciarne altre, solo le loro tracce e i loro ricordi: non sono atterrati qui, oltre Rimbaud, anche Henry de Monfreid, Paul Nizan, Pierre Loti, Michel Leiris? Tutti qua sotto gli occhi disillusi di Kush e di Corto. Ci sarà pure una ragione: cosa li ha condotti a Gibuti? “Ci avete rotto con i vostri miti e i vostri eroi”, ci liquida un doganiere, giù al porto. “Via da qui: se volete fare foto andate in piazza Menelik, dai francesi. Via dalla moschea”, ci urla dietro un prete musulmano. E pensare che il tozzo minareto (quante volte disegnato da Corto!) domina la piazza che i francesi, ipocriti, nel 1938, dedicarono, davanti a una folla di dromedari indifferenti e al fantasma irato del poeta, proprio a Rimbaud: oggi si chiama piazza Mahmoud Harbi, un altro uomo visionario, agitatore di folle, Rimbaud gibutino. Per ricordare Rimbaud oggi sembra bastare il nome di un rimorchiatore giù al porto e un arrogante centro culturale francese. In piazza Menelik, cinquecento metri dalla moschea inaccessibile, sono rimaste le ragazze etiopiche: belle, altissime, magre, nere, con sguardi da leopardo e abiti sfavillanti. Sempre le stesse che Corto seguiva con occhi attenti. Aspettano, ancora, i legionari con la pancia e la mascella da duri, aspettano, aspettano, aspettano. Quanta tristezza avvolgente, qui a Gibuti. Quanta malinconia, annegata nel sudore, dalla quale non è possibile slegarsi. Colpa delle arcate coloniali? Dei palazzi sbrindellati e sgretolati dall’umidità? Colpa di questo clima che fa squagliare corpi e pensieri? Ma qui si deve tornare, non si può non tornare: questo è il mondo, questa è una torrida calamita che non si può spiegare. Corto insisteva a venire qui ogni anno. Lo ricordano sempre, ne parlano ancora, con occhi brillanti, sulla terrazza di finto marmo dell’hotel Ali Sabieh. Luogo degno e irreale: qui si ritrovano ambasciatori ambigui che rappresentano stati che non ci sono, trafficanti d’armi, mercanti di chat, turisti, affaristi, giornalisti slabbrati e senza soldi, consoli in pensione, candidati alla presidenza. Qui c’è perfino l’ultimo romantico: ha vissuto troppa Africa per poter passare la vecchiaia nelle campagne di Arezzo. “Ho sempre desiderato venire qui”, dice Federico Bartoli. Da medico giramondo e perduto, vuole aprire una clinica proprio qui, nell’afa insopportabile di Gibuti: ha assunto una segretaria musulmana, buttato via il biglietto di ritorno, gettato nella spazzatura le valigie e montato un computer nella minuscola stanza dalle pareti macchiate dell’Ali Sabieh. Perché? Perchè un uomo con quattro by-pass se ne viene in questo luogo senza senso? Perché? Che domanda stupida: “Perchè c’è venuto Rimbaud”, è la risposta. Cronista inopportuno: Corto non avrebbe mai fatto questa domanda. Non ci sono ragioni per chiedere, la risposta è inevitabile. Gioco assurdo e inspiegabile.
A Gibuti la vita deve cominciare all’alba, gli appuntamenti più importanti sono alle sette del mattino. Durante il giorno si scompare, ci si rintana nelle stanze con l’aria condizionata, si ascolta il fracasso senza fine dei generatori di corrente, ci si siede sui balconcini di legno lanciando sguardi indifferenti alle risse che scoppiano nella rue de Paris, ci si arrende a Gibuti. A sera, si percorrono itinerari da bianchi: il club Nautico sui moli del porto per turisti; i giardini di Ambouli, le ville del plateau du Serpent, il gelo antartico delle sale dello Sheraton, il bar dell’hotel Menelik. Magari una sgroppata annoiata fino alle spiagge di Doralé. Di notte, la trasgressione: un pesce al forno, mangiato con le mani e servito su carta da computer, nella bettola del cuoco dancalo. Il brivido leggero di attraversare il quartiere del mercato nelle ore del buio, quando solo ombre in fuga sembrano popolare Gibuti. Illusione di avventura. Scherzi pesanti di questa insopprimibile nostalgia: solo Corto riusciva ad afferrare il confine fra la vita vera e il passato oramai travolto che, qui, in questo paese, non si riconosce più. Chi arriva a Gibuti, si perde, gioca, fino alla follia, con l’idea della perdizione e dello straniamento, qui mondo vero e mondo finto si confondono. Nasce così lo sguardo irriverente di Corto e il disprezzo di Kush. Noi siamo esclusi dalle bidonville di Gibuti, dai segreti inconfessabili dei clan dancali o somali, dalle tensioni attorno alle moschee, dalle lamiere roventi che annunciano i gironi più osceni della città, dai riti stordenti del chat mischiati alla Coca-cola, dalle voci notturne, dalla crudeltà vitale di questo frammento di falsa Africa. Solo qualche prete, fra i bianchi, si avventura fra le baracche scrostate di Balbala dove l’acqua putrida si vende nei secchi che hanno contenuto gasolio: Gibuti assedia Gibuti. Da che parte starebbero i poeti?

Gli occhi di Kush hanno incontrato di nuovo Corto. Non hanno tradito emozioni o sorprese. Nemmeno un sorriso o un cenno d’intesa. A entrambi basta sapere che sono di nuovo qui. Kush pulisce l’ultimo tavolo sbrecciato della Brise de Mer; Corto ripone i suoi fogli scarabocchiati. Al mattino Kush e Corto se ne vanno assieme: Kush ha gettato nell’uadi putrido le sue scarpe Adidas, Corto ha strappato i suoi disegni. Una strada lunga, un altro viaggio senza meta, né futuro: i due sognatori hanno ritrovato davvero ‘le suole di vento’ consumate dal pazzo Rimbaud e raggiungono i fratelli di Kush, i ragazzi dancali dall’aria torva, gli uomini che smarriscono la ragione nel deserto del sale. Kush e Corto, senza parole, aspettano il tramonto, guardano i dancali nudi che frantumano sassi di sale e riempiono lunghi sacchi pesanti trenta chili. Da giorni questa gente non mangia. Sono rinsecchiti, fasci di nervi e muscoli tirati, uomini di spigoli e di lontananze. I loro occhi sono come la luna nella notte. Il biancore stravolto del sale impedisce perfino alle stelle di risplendere. I sacchi sono pronti, sigillati con foglie di palma, il lavoro nel deserto di sale è finito, la carovana può ripartire per i mercati dell’Etiopia. Via da Gibuti, via dall’inferno, via dai poeti. Sette giorni di marcia. Un canto roco, quasi una melodia di urli di leone si alza sulle sponde del lago Assal, i dancali cantano e i dromedari si scuotono dal loro torpore. Brividi di paura. Momento di sospensione, perfetto e disperato. La carovana si muove, come un fantasma nella notte. Kush e Corto, senza bagagli, si incamminano nel nulla.