Timbuctu

Mi aggiro per Timbuktu alla ricerca di Paperino. Cinquantadue giorni di cammino, di caracollamenti in groppa a un dromedario, per arrivare nella citt… misteriosa. Paperino lo sapeva: aveva ben letto, migliaia di chilometri fa, il cartello piantato a Zagora, lass— in Marocco, ultima oasi prima del nulla: avvertiva i viandanti di questa distanza senza fine. Ma Paperino diffida dell’irreale Antonov che ancora allaccia, tre volte la settimana, Timbuktu alla realt…: preferisce le marce notturne delle carovane del deserto. L’ennesima fuga di Paperino verso l’unico luogo al mondo irraggiungibile dallo zio Paperone o dal perfido cugino Gastone era, ancora una volta, perfettamente riuscita. Ma, qui, fra le strade di sabbia fine, fra i turbinii di vento che ti smerigliano la pelle, Paperino Š invisibile. Anche se la sua presenza Š ovunque, le sue tracce sono dietro ogni casa di argilla sgretolata e consumata dalle piogge dell’hivernage estivo. Non ho nessuna voglia, invece, di incontrare il viscido Edgar (senza D finale) spedito fin qua dagli Aristogatti. Mi dicono che ha aperto un bar-bordello nei quartieri nuovi di Timbuktu, lungo l’unica strada asfaltata della citt…, e che gli affari gli vanno bene. Anche a Timbuktu, in fondo, non c’Š giustizia. Ma c’Š Sophia Loren che staziona al campement Bouctou e aspetta sempre di innamorarsi della guida sahariana John Wayne, mentre Rossano Brazzi, smarrito per sempre, impazzisce fra le dune bianchissime che accerchiano, come una collana impalpabile, Timbuktu.

Timbuktu. Quante volte va ripetuto questo nome? Dici che sei stato a Timbuktu e tutti di guardano con occhi di compassione. Come a dirti: “Non dire balle”. All’ammiraglio Langlais condussero davanti un uomo di nome Adams. Aveva “i capelli lunghi fino alle spalle” e la “pelle bruciata dal sole”, il suo sguardo era quello di “un’animale in caccia”. “Quest’uomo ha visto Timbuktu”, fu spiegato all’ammiraglio Langlais. Timbuktu. “Perla dell’Africa. La citt… introvabile e meravigliosa. Lo scrigno di tutti i tesori, dimora di tutti gli dei barbari. Cuore del mondo sconosciuto, fortezza di mille segreti, regno fantasma di ogni ricchezza, meta smarrita di infiniti viaggi, sorgente di tutte le acque e sogno di qualsiasi cielo. Timbuktu. La citt… che nessun uomo bianco aveva mai trovato”. Timbuktu, Š proprio cos. Ci credete? Le donne, ricordava Langlais, sono cos belle che tengono scoperto solo un occhio, “meravigliosamente dipinto con terre colorate”, perch‚ nessun uomo al mondo potrebbe “reggere il loro sguardo senza impazzire”. Timbuktu. Adams era la prova di quella follia, un’anima persa per colpa (per merito) di Timbuktu. Io posso confermare: ‘la regina delle sabbie’ non ha mura, gli abitanti, i ‘neri’ songhai e i ‘bianchi’ touareg, pensano che “la sua bellezza, da sola, fermerebbe qualsiasi nemico”.
Sono i Touareg ad avvertire i viaggiatori: “La parola di Dio, le piccole storie, i racconti felici, le cose sapienti, le troviamo solo a Timbuktu”. Hanno ragione. Per questo Paperino saetta qua ogni volta che fugge da Paperopoli. Gioca con le dune al tramonto, osserva i greggi di capre tornare alla sera fra le case, entra nei cortili abitati dalle grandi matrone grasse e pigre, chiacchiera con i piccoli fabbri che battono le lame dei coltelli, assapora thŠ notturni succhiando brividi di freddo irreale dal contatto con la sabbia, cerca di vendere ai turisti false spade e scatolette scolpite, organizza passeggiate in cammello per i giapponesi e gli americani degli ‘inclusive tour’, scende nei profondissimi pozzi a imbuto per prendere secchi d’acqua che spruzza sulle onde verdi delle cipolle e sulla luccicante insalata. Paperino, come Edgar e Sophia Loren, innamorati persi di Timbuktu, sanno riconoscere, a prima vista, un dromedario della razza ‘Ag-ame Inadje’: sono i migliori, i pi— alti, i pi— belli, dal manto color bianco-sabbia. Al mattino, come tutti a Timbuktu, anche loro aspettano le carovane del sale che navigano, orientandosi con le stelle, nel deserto e portano le lastre di sale dalle miniere perdute di Taoudeni. Paperino sa riconoscere le frustate del Sahal-hew, il vento giallo che trascina su Timbuktu veli leggeri di sabbia soffice e onnipresente.
Timbuktu Š Halice. Il suo vero nome Š Mohamed Achassan ag Elmoctar. Indossa una splendente tunica celeste, un pendaglio argenteo brilla sul suo petto, otto metri di ‘cheche’, il lunghissimo turbante touareg, nascondono la sua testa, i contorni del viso e, soprattutto, la bocca. Vanitoso come una cicogna, sa di essere bello come un principe. Edgar lo detesta, Paperino lo osserva con curiosit…. Halice Š un giovane touareg in bilico: guida le carovane del sale, legge le stelle, Š un uomo delle notti del deserto, ma anche accompagnatore dei turisti che atterrano a Timbuktu. Dice di avere una fidanzata a Parigi. Dice che ha rotto la tradizione di famiglia che gli imponeva un matrimonio con una donna che non conosceva. A 23 anni, Halice, in lite con il padre, non Š sposato: quasi un’eresia per il mondo touareg. Ha gi… fatto il suo pellegrinaggio alla Mecca: Š stato costretto a passare una notte a Casablanca. Una notte di terrore: Halice, spaventato come un pulcino fuori dal nido, non ha messo il naso fuori dall’albergo, non Š sceso nemmeno nel salone di ingresso di quell’hotel osceno. Cos’era tutta quella gente per le strade? Dov’era il buio e la solitudine di Timbuktu? Halice ricorda Casablanca come incubo e la Mecca come una terra senza libert…: “In un mese non ho visto il volto di una sola donna”. Non andr… a Parigi: “L… non sarei un touareg”. Ma poi si guarda attorno nel silenzio assoluto e immobile di Timbuktu: “Qui non c’Š niente da fare. Il mio futuro Š segnato. E a 23 anni, tutti mi considerano ancora un bambino”. Questa sera la sua donna ha telefonato da Parigi. Si pu• telefonare a Timbuktu da Parigi e parlare con Halice? Paperino, dietro a una tenda pesante e improbabile, sorride lievemente e ascolta la conversazione di amore fra una parigina e un touareg. Abou ha 10 anni. Sa molte cose (forse tutte), ha gi… fatto una carovana del sale. Scrive, con bella grafia, il suo indirizzo, vi aggiunge il suo mestiere: ‘petit forgeron’, ‘piccolo fabbro’. Aspetta con emozione il giorno in cui compir… 15 anni e potr…, finalmente, nascondere il suo volto nell’elegante turbante che colorer… di blu la sua pelle. Timbuktu, tutto Š, davvero, in bilico, un equilibrio ondeggiante come le dune del deserto. Anche Paperino non sa cosa augurarsi. Beato Chatwin che qui si chiedeva quale fosse il nome vero della citt…: Timbuct—, Tumbuto, Tombouctou, Tumbyktu, Tumbuktu o Tenbuch? Anche Chatwin Š stato qua, ai confini del mondo. “Non era bello per niente”, ha scritto, ma poi, pentito, ha annotato: “La Timbuct— mentale Š pi— potente di quanto si immagina”. Nessuno sa raccontare Timbuktu. Alfred Tennyson (mai stato a Timbuktu, lui) si chiedeva “O la favola della tua Timbuctu/E’ un sogno fragile come quelli del tempo antico?”.
Halice, nessuno scioglier… i tuoi dubbi. Nemmeno tu. Nemmeno il pi— saggio dei sapienti musulmani. Non serve consultare gli spiriti o le veggenti. Halice si inginocchia nella sabbia della moschea Djinguereber, la pi— antica e prega, prega, prega. Anche i vanitosi hanno un Dio. I ragazzi vanno al liceo, escono ridendo, si nascondono all’obiettivo del fotografo, targhe murate su pareti d’argilla ricordano gli esploratori bianchi arrivati fino a qua poco pi— di cento anni fa. L’ultima pioggia estiva ha demolito belle case di fango, tutto si sgretola a Timbuktu, i bellah, antichi schiavi, alzano le loro tende nelle corti abbandonate. Ha ragione Chatwin: “Non Š bello per niente”. Ha torto Chatwin: “Questo Š il luogo pi— struggente e magico della Terra. Oltre Timbuktu, Š solo mistero, terra inesplorata. Questo Š un confine, questo Š il confine. Nessuno lo ha ancora valicato”. Era questo che immaginavo, che volevo da Timbuktu. Sabbia, sabbia, sabbia, solo sabbia. Cielo bianco latte, tutto stremato , collassato, invaso, gemente, surreale, intenso. Timbuktu, felice di essere citt… viva. Citt… che esiste. Grande, orgogliosa, ostinata. Il mondo ha l’ebbrezza di Timbuktu.