I sikh della pianura padana

Turbanti sugli argini del Po

Fra Reggio Emilia e Cremona, frontiera fra parmigiano reggiano e grana padano, sono almeno cinquemila i Sikh. Hanno davvero preso il posto dei bergamini, dei bovari che calavano dalle valli bergamasche per lavorare nelle cascine della piana. ‘I ragazzi italiani non vogliono più fare questo lavoro – spiega Barbara Bertolani, giovane sociologa reggiana – Lavoro duro, sporco, faticoso. Con orari pesanti: si comincia alle tre, alle quattro del mattino’. Lavoro senza pause (le vacche mangiano tutti i giorni), con emergenze continue (quando nascono i vitelli ci devi essere). Gli stipendi, con gli straordinari, possono arrivare a mille e cinquecento, duemila euro. E la casa, anche se malandata, è gratuita. Tutta la famiglia può lavorare nella stalla. E’ il primo passo di una diaspora destinata a durare a lungo.

I primi Sikh arrivarono sul Po seguendo i grandi circhi che qui, sulle sponde del Po (Togni è di Rio Saliceto), si rifugiano in inverno. E’ gente sveglia: capiscono che, in questa terra, il lavoro non manca. Ritrovano lo stesso paesaggio agrario del loro Punjab, la terra dei cinque fiumi, uno dei granai dell’India: ‘Assomiglia alla pianura Padana’, mi confessa Ranjit Singh, un mediatore culturale Sikh. Non solo: gli agricoltori emiliani hanno la stessa etica del lavoro e della famiglia che fa parte della cultura Sikh. In dieci anni, i punjabi colonizzano le cascine, salvano la zootecnia italiana e i formaggi più celebri del nostro paese. ‘Ma è un’immigrazione invisibile, quasi sotto traccia’, spiega Josè Compiani, antropologa e consulente per l’immigrazione della Provincia di Cremona. I Sikh vivono nelle cascine isolate, passano le giornate nelle stalle.

I Sikh, con i loro turbanti e le barbe folte che non possono tagliare, sono una comunità forte, solidale, orgogliosa. Si sbrogliano da soli i problemi. La rete familiare chiama i parenti dall’India, aiuta a trovare un lavoro, una casa….