Israele Palestina – Fabbricare il sapone a Nablus

Le fabbriche del sapone

Le pietre degli antichi edifici turchi sono intrise di olio d’oliva. Bisogna camminare con cautela: i pavimenti sono scivolosi come piste di ghiaccio. Nel grande ‘pozzo’, il qazan, a volte profondo fino a tre metri, bolle la soda, l’acqua e l’olio. Un uomo corpulento muove, con gesti faticosi, un pesante ‘remo’ di legno per agitare il magma in ebollizione. La bollitura è destinata a durare almeno sei giorni. Il miglior sapone del Medio Oriente richiede pazienza.

Nablus è stata città celebre per il suo sapone all’olio d’oliva: veniva esportato in Giordana, in Siria, in Egitto. Alcune saponette arrivavano nei più raffinati bagni dell’aristocrazia europea. Agli inizi del ‘900 erano ben trentadue le ‘fabbriche’ del sapone perse fra i vicoli della città vecchia. Seduti davanti alle porte degli antichi saponifici, i vecchi palestinesi sostengono che Marsiglia abbia copiato, per fabbricare il suo sapone, i segreti degli artigiani di Nablus.

La lava liquida di soda e olio, dopo la bollitura, viene distesa sul pavimento. L’aria entra dalle grandi finestre. Il sapone deve diventare solido. Occorreranno almeno per due giorni. Poi mani e occhi esperti tracciano reticoli di linee rosse sulla colata di sapone. Con due martelletti si stampa il timbro del saponificio su ogni singolo pezzo. Infine si affilano le lame di lunghe ‘taglierine’, i sikkine, i coltelli, e, con movimenti da strana marionetta, gli operai intagliano in piccole saponette lo spesso tappeto di soda e olio. E’ necessario ancora un giorno di attesa e gli artigiani di Nablus si trasformeranno in fantasiosi costruttori di torri circolari. Come un colossale Lego, i saponi, poggiati uno sull’altro, diventano architetture tondeggianti, volano verso il soffitto della fabbrica. Così il vento potrà asciugarli con maggior facilità. Alla fine, nelle sale a volte dell’antico palazzo turco, sorgerà una curiosa architettura di decine di torrioni costruiti con i piccoli saponi. Saranno, poi, necessari ancora due, tre mesi prima di poter vendere ai grossisti le saponette di Nablus.

Oggi la modernità e l’occupazione israeliana hanno messo in crisi l’industria dei saponi di Nablus. L’olio industriale, negli anni della globalizzazione, viene comprato in Italia o in Spagna. E perfino Majed al-Nabulsi ha spento il suo forno: il celebre saponificio al-Badir (www.albadir.ps ), lungo la sharia al-Nasr, la via principale della Città Vecchia, ha chiuso le sue porte anche se il suo proprietario promette di riprendere l’attività.

Sono due, bellissime e orgogliose, la fabbriche del sapone ancora in funzione: al-Shakaa e Tuqan appartengono a due potenti famiglie di Nablus, sono fuori dai confini della Città Vecchia e conservano, immutata, la tradizione dei più esperti maestri saponai. Superbo è l’edificio a due piani, dalle linee turche, della fabbrica al-Shakaa, capace di produrre almeno trecento tonnellate di sapone all’anno: al piano terra si trova il forno che fa bollire la soda e l’olio. Al secondo piano, le volte e i grandi pilastri di pietra vedono ancor oggi nascere l’architettura dei castelli costruiti con i saponi di Nablus.

La Tuqan factory è a poca distanza dalla piazza dei Martiri. La Shakaa factory è a pochi passi dall’ingresso occidentale alla città vecchia attraverso la sharia al-Nasr