Libia – Ghadames è un gioco

…..Ghadames è un gioco architettonico degno del deserto. Le sue milleduecento case si incastrano davvero una sull’altra. Dai minareti della moschea di Tinderen o dai terrazzi aerei della città il disegno del labirinto è caotico solo in apparenza: le palme sono il confine di una geografia di tetti collegati fra di loro. Passaggi sospesi, a volte degni di un equilibrista, uniscono ogni casa all’altra: questo era il regno aereo delle donne, i vicoli erano territori degli uomini. Il cielo, a un passo dalla cucina (che si trovava all’ultimo piano della casa), era un universo tutto femminile. I tetti erano i luoghi dei loro racconti, del loro tempo di libertà. Città a strati e commistioni, Ghadames: i minareti delle moschee (alcuni sono squadrati torrioni) sono lo sfondo di architetture anti-malocchio. Saggia superstizione tollerata dall’islam del deserto. Piccoli merli di argilla, triangoli appuntiti a ogni angolo del tetto, mani di Fatima disseminate agli incroci della città sono protezioni contro la cattiva sorte, difesa contro ogni disavventura. Ghadames è un’oasi strana: come se la cultura dei sapienti architetti del deserto si fosse saldata con le bizzarrie di un artigiano capace di sfalsare i piani, di nascondere i cortili, di spalancare passaggi strettissimi in piazze improvvise. L’oasi è un meccanismo ecologico: i vecchi non hanno mai abbandonato i vicoli perché, soprattutto in estate, sono territori in cui proteggersi dal caldo del Sahara. Se nei condomini moderni le temperature volano a quaranta e passa gradi, nel buio della città vecchia si sonnecchia a venti gradi meno. Complici l’argilla fresca, l’ombra scossa da ogni refolo di vento: la luce è uno spiraglio che filtra da alti camini e i suoi raggi fanno parte del disegno delle architetture di Ghadames…