Battifuoco a Bamako

Devo cancellare ogni lettura. Ogni cosa che penso di sapere. Questo non è il luogo adatto, nessuna parola è capace di far immaginare o di raccontare un mercato africano. Se solo potessi, vorrei essere invisibile: accucciarmi in un angolo, sotto una bancarella, fra le donne dalle grandi veste e non essere visto. Vorrei avere il privilegio di guardare l’umanità in movimento, di ammirare lo spettacolo di uomini e donne che recitano su un palcoscenico di terra rossa e di polvere volante pronta a diventare fango alla prima pioggia. Qui, a Bamako, capitale del Mali, grande città di commerci, vorrei poter guardare, da dietro lo spiraglio di un sipario, un mondo che, ogni giorno, ci prova a vivere. Che se debrouille, che ‘se la sbroglia’ direbbe il ragazzo dai muscoli come nodi d’ebano che mi passa davanti lanciandomi addosso uno sguardo d’orgoglio e di fatica. Ha in testa un carico di frammenti di auto. Pezzi portiera, mezzo parafango in bilico incerto, qualche coprimozzo di camion. Non so come faccia a trasportare quella discarica di ferro in equilibrio sulla testa. Il sudore annega il suo viso, gli occhi sono più tesi dei suoi muscoli. Il passo è svelto, come quello di un felino della savana nella tensione della caccia. Niente di così nobile, in realtà: il ragazzo sarà uno dei galoppini di un mercante di rottami e avrà appena finito il giro di meccanici che rivendono i resti di macchine accartocciate. Ma viene comunque voglia di seguirlo. Per vedere dove sta andando, dove è diretto. Per conoscere chi si comprerà quel metallo contorto. Mi muovo dal mio inutile nascondiglio anche perché la speranza di non essere visto è davvero vana. La mia pelle bianca è come un semaforo acceso nella notte, ogni sguardo di chi scorre per questo vicolo polveroso è rivolto verso di me. Inevitabile: sono venuto nel brulichio incomprensibile del mercato Medina, nord estremo della capitale del Mali, solo perché sulla Lonely Planet avevo letto che pochi turisti si spingono fino sotto questa collina di terra riarsa. Diceva la guida: ‘Il mercato è usato dagli abitanti locali’. Una buona ragione per essere qui.

Il più grande dei geografi italiani, Eugenio Turri, ha scritto: ‘Il mercato è bello, è la vita, è lo spettacolo delle ragazze, delle cose che si amano, in un’atmosfera di spensieratezza’. Abbiamo davvero occhi bianchi sull’Africa: il mercato di Bamako è un caos, un ingorgo di persone, di polli che volano sulle teste delle donne, di macchina da cucire che sibilano in continuazione, di contrattazioni che sono recite grandiose per chi ha tempo di fermarsi ad ascoltarle. Il mercato di Bamako contraddice chi sostiene che l’Africa sia lentezza: qui si va di fretta, le donne hanno passi veloci, gli uomini sembrano marionette mosse dalla frenesia di un burattinaio che vuole finire il prima possibile il proprio lavoro. Perfino i bambini slittano sotto le gambe dei passanti come se sapessero benissimo dove andare. Posso dire che Bamako è una lentezza veloce? Inseguire il ragazzo dei rottami in testa non è stato facile: lui sembrava dribblare, con l’abilità di un motociclista ubriaco, ogni ostacolo. Il suo parafango non ha urtato nessuno, non si è infilato nella nuca di nessuna donna, non ha sgangherato nessuna bancarella. Come se il ragazzo seguisse, scarti improvvisi compresi, una sua pista preferenziale, una corsia che lo lascia immune dai disastri che ciascuno di noi avrebbe provocato. Mulinelli di polvere rossa si alzano negli spiazzi liberi di gente: quando la folla si dirada il vento solleva questi tornadi in miniatura e li manda a sbattere contro muri sbrecciati o torrentelli di fogne imputridite. Oppure, dopo averli fatti volare come giostre, li fa afflosciare dopo pochi metri di ebbrezza. Mi hanno sempre raccontato che questi spiritelli di sabbia e cartacce sono le anime degli antenati che si ostinano a volere vivere come se non fossero mai morti. Non danno fastidio, non chiedono nulla. Semplicemente vogliono che non siano dimenticati e anche loro, nelle ore del mercato, cercano di dare un’occhiata a mercanzie che non potranno comprare.

Ma lo spiazzo percorso dagli spiritelli di sabbia è come un confine che io non riesco ad avvertire. Ho alle spalle una piccola corte di bambini e di venditori ambulanti e mi accorgo che le loro insistenze diventano meno pressanti, meno urgenti. Alcuni appaiono indecisi. Rallentano. Si controllano l’un con l’altro. Un bambino mi molla la mano che fino ad allora aveva stretto con forza e fa un’improvvisa retromarcia. L’ultimo dei venditori, un nero altissimo che offriva bibite colorate in sacchetti di plastica, ha un gesto di saluto: il gioco della contrattazione è finito e se ne torna indietro. Anch’io ho un momento di incertezza, non capisco la loro indecisione. Una nuvola corre veloce sopra la collina di Kolu, periferia di Bamako. Stanno cambiando anche le grida degli ambulanti, si azzittisce perfino il cicaleccio delle matrone sedute a vendere pesce del Niger essiccato. Mutano gli odori: diventa rarefatta e lontana l’aria che sa di frutta matura e cuoio appena bagnato che ti ha inseguito per i vicoli del mercato. Ora il vento porta con sè un sottofondo di brace e pelle bruciata. Se tu fossi dalle parti dell’Etna, diresti che è un odore di lava che scorre e arrostisce gli alberelli che incontra nel suo cammino. E poi i rumori: niente più il brulichio delle chiacchiere e dei passi rapidi di uomini e donne, ma è come se qualcuno si sia messo a suonare rozzi tamburi di metallo, a percuotere gong artigianali di ottone scadente per avvertirti che stai per entrare in un mondo a parte. Sei ancora in tempo a voltare le spalle e ad andartene altrove.

Periferia della periferia, quartiere di un quartiere più grande, mercato dentro il mercato. Ma messo ai margini, lontano, quasi ignorato. Il ragazzo dei rottami ha trovato altri fratelli: qui si incontrano decine di altri uomini vigorosi che trasportano metalli e scarti ferrosi come se fossero gioielli preziosi. Tutti, a passo di marcia, stanno varcando la frontiera del ferro e del fuoco, stanno entrando fra le baracche dei fabbri, dei forgerons, dei manipolatori delle fiamme. Anche noi stiamo entrando nel cuore fragoroso della siderurgia africana.
Il ragazzo dei rottami si scarica dalla testa parafanghi e lastre metalliche. Non è un gesto disattento o stanco. In realtà ha già compiuto una selezione del suo carico. Ai nostri occhi l’antro in cui ha depositato il parafango è un ammasso di ferraglie arrugginite. Ma ogni collina ferrosa ha un suo significato. Ci sono i vecchi che, con gli occhi, osservano il lavoro dei ragazzi. Non dicono una parola, ma organizzano i mucchi di ferro. Queste non sono miniere, qui non vi è bisogno dello stregone che indica dove scavare, ma bisogna pur saper scegliere il pezzo di metallo per poter ottenere l’utensile che vogliamo plasmare. Anche questa è una maestria: non è da tutti trasformare un parafango in un colapasta, in decine di colapasta. Qual è il ferro migliore per farlo? Questa è un’industria e non c’è tempo da perdere: la prima separazione dei metalli aiuta i fabbri a compiere la scelta più giusta senza perdere tempo. Il ragazzo incassa pochi spiccioli di Cefa per il suo lavoro e riparte alla caccia dei rottami di Bamako. Ogni dialogo,ogni trattativa qui è silenziosa perché le labbra si aprirebbero inutilmente: il fragore dei martelli sugli incudini, degli sfrigolii dell’acqua sul fuoco, dei mazzuoli lucidi come il marmo che picchiano sui metalli da plasmare è più forte dello sferraglio di un treno in corsa o del decollo di un boeing con i motori imballati. Le mani straniere si toccano le orecchie per capire se qualcosa non funziona. Qui bisogna urlare per farci sentire. Ma il fracasso non è un rumore indistinto: il coro dei martelli ha un suo ritmo, ci vorrebbe un musicista per esserne certi, ma qui, a Medina, è come se un’orchestra diffusa stesse suonando una sinfonia atonale, una musica colta che solo i forgerons di Bamako conoscono. Fra le fucine e i forni della Medina scompaiono anche i colori dell’Africa. Niente rossi o gialli. Perfino il cielo, velato dal fumo, è meno azzurro. Niente abiti sgargianti. Le donne sono poche: venditrici di mais o di zuppe che sfamano le legioni dei fabbri. Loro indossano abiti slabbrati, magliette strappate e lerce della fatica di mille giorni, i pantaloni che sono una sola macchia bruna. I ragazzi dei mantici sono a torso nudo.

Forgerons o maestri del fuoco. Non occorre saperne di Africa o di lontano passato per comprendere che i fabbri sono una casta. A volte maledetta:perché ha che fare con la magia e la furia del fuoco. A volte benedetta: chi prepara le vanghe, le zappe, gli utensili per la cucina? Chi forgia le spade? Casta sottomessa o casta orgogliosa? In Mali raccontano che il primo uomo inviato dagli dei sulla Terra sia stato un fabbro, un uomo-artigiano, coraggioso al punto da poter controllare il fuoco e trasformare la materia. Capace di estrarre il ferro dalla roccia e di fabbricare gli attrezzi necessari a lavorare la terra. Nei miti africani sulle origini, il fabbro compare quasi sempre fra i capostipiti di un popolo. La sua figura sociale è unica nelle tradizioni di un continente: i forgeron non lavorano la terra, non chinano la schiena nei campi, sono i guardiani del fuoco, una casta specializzata. Le mogli dei fabbri, spesso, sono le mammane delle escissioni delle ragazzine. I contadini provvedono al cibo per la famiglia del fabbro: sanno bene che gli attrezzi per coltivare la terra dipendono dall’abilità di quell’artigiano capace di cambiare la materia. Spesso, nelle savane del Mali, il primo atto di nascita di un villaggio è proprio la costruzione della forgia e della casa del fabbro. Eppure i forgeron sono guardati con timore, come eredi di poteri sovrannaturali, come stregoni troppo potenti. Ma anche esiliati, quasi diseredati, sicuramente malvisti: i loro quartieri sono ai margini dei villaggi e dei mercati. Una ragazza peul, in Mali, non potrà mai sposare un fabbro senza infrangere severi tabù familiari. Destino triste per il figlio di un fabbro: avete mai visto come sono belle le donne peul?

Artigiano o stregone, dunque. Manipolatore del ferro o anche di forze sovrannaturali? Mi guardo attorno nel caos di Medina, siedo accanto a un uomo che picchia con forza su una piccolissima verga di metallo, vedo un ragazzo che, come un forsennato, agita un mantice di pelle di capra. I carboni si ravvivavano fino a diventare incandescenti. Il fabbro fa scivolare il pezzo di ferro sulle braci ardenti. E’ la ‘carburazione’ del metallo: bisogna pur donare al ferro quelle qualità (durata, elasticità, resistenza alle torsioni, agli attriti, ai colpi e alla corrisioni) che renderanno perfetto un utensile. E’ davvero uno stregone questo uomo dagli occhi intrisi di polvere di ferro e dal sudore che cola per ogni rivolo della sua fronte? Strano e ambiguo destino, quello dei fabbri: il dubbio che questi uomini (mai visto donne lavorare con il fuoco e il ferro) fossero dei maghi (a volte benigni, ma, a volte, anche maligni) ha sempre perseguitato i forgeron. Non solo in Africa Occidentale, ma quasi ovunque nel mondo. E nell’antichità: le tecniche di ‘riduzione del minerale’ (era ed è impossibile raggiungere, con i mantici la temperature di fusione del ferro a 1536 gradi) erano le sole impiegate almeno fino al XV° secolo. Chi era capace di strappare alle viscere della terra un metallo grezzo e impuro e, utilizzando il fuoco, riusciva a trasformarlo, finiva per essere sospettato di complicità con forze al di là dell’umano. Ferro e fuoco, due elementi che esprimono forza. In molti villaggi del Sahel se un fulmine colpisce un uomo, si manda a chiamare il fabbro, prima del guaritore. Solo lui, custode dei segreti di ogni energia, può salvare il malcapitato.

Quanti di questi ragazzi che smartellano nel quartiere di Medina conoscono l’antropologia dei fabbri? Quanti conoscono il loro potere o la loro fama rurale? I ragazzini che pompano nei mantici sanno di essere gli assistenti di mille stregoni? L’Africa dei villaggi si è spostata in città. In cerca di lavoro. E i mestieri, anche nella baraondica Bamako, cambiano. Come cambia la vita degli africani.
Anni fa a Mopti, altra città sfolgorante del Mali, mi sono trovato nel triangolo di un mercato fluviale dove l’attività dei fabbri è davvero specializzata: trasformano lattine per piselli o molle arrugginite in lunghissimi chiodi con i quali saldare le chiglie delle imbarcazioni del fiume Niger.
Anche qui l’assistente del fabbro era un bambino sudato che si affannava attorno a un mantice costruito con pelle di capra. Era un lavoro di muscoli pompare aria sui carboni ardenti. La temperatura del fuoco, affinché il ferro dolce diventi malleabile, non deve mai scendere sotto gli 800 gradi. Provate a mantenere, per ore e ore, ritmo e forza nelle braccia mentre fate funzionare un mantice. Sono tornato in quel posto. Erano passati anni. Non potrei giurarlo, ma il bambino era diventato fabbro, aveva tagli ovunque e una pesante cicatrice su una guancia. Non mi rivolse un solo sguardo: era troppo attento al suo lavoro. Nel suo gabbiotto in riva al Niger era al lavoro un altro ragazzino. Non spremeva la sua adolescenza attorno a un mantice, ma pedalava una bicicletta tenuta fissa da due tiranti: energia dei piedi per azionare una grande ventola. Una fatica minore, una ‘modernità’.

Sono ‘moderni’ anche i fabbri di Bamako? Il rumore si infittisce, dal caos delle fucine vedo uscire paioli, pentole, coltelli, lastre, forchette. Vedo depositi di manufatti aumentare fino a diventare magazzini imponenti di oggetti di ogni tipi. Qui alla Medina si vive già in una dimensione ‘industriale’ degli utensili. Queste sono officine professionalizzate. Mi dicono che una buona parte della produzione di questa fabbrica diffusa è destinata al ‘mercato internazionale’: la rivedremo sui treni per il Senegal o sulle grandi barche per Timbuctu, vedremo contrabbandi di zuppiere verso il Burkina-Faso o il Ghana. Mi chiedo di nuovo: ‘Cosa lega i fabbri della Medina ai racconti e ai saggi di antropologia sui forgerons delle Afriche occidentali?’. A volte, nella notte dei villaggi della savana, risuonano i colpi dei martelli sull’incudine. Noi stranieri ci svegliamo con addosso qualche timore. Ci rassicurano: i fabbri lavorano con il buio più completo, temono che qualcuno possa carpire i loro segreti. Mi guardo di nuovo attorno: le tettoie del quartiere dei fabbri fanno filtrare pulviscoli di luce. Qui il mondo è in bianco e nero: il sole è accecante quando può rimbalzare sulla polvere; il nero, al riparo di un tetto di lamiera, è oscurità totale fino a quando gli occhi non si abituano all’ombra. Le fornaci sono lampi di fiamme in cui i fabbri sorreggono, con pinze lunghissime, pezzi di metallo. Il lavoro dei fabbri è fatica, occhi arrossati dal fumo e pelle lucente di sudore. C’è il cuore dell’Africa, qui. Non il suo mistero. C’è il lavoro immenso di un continente che ci prova, ogni giorno, a sopravvivere, qui alla Medina di Bamako. Non ci sono segreti insvelabili. Le città africane hanno bisogno di oggetti in ferro: ringhiere, manufatti per l’edilizia, cancelli, supporti metallici, serrature, cardini. Il fabbro, erede di un passato venato di esoterismo, si piega ai nuovi bisogni. Il fuoco non è più un simbolo, ma uno strumento di un mestiere durissimo. Ci siamo anche noi in questo mercato: bianchi e turisti. Cerchiamo, vogliamo souvenir, gioielli in metallo (che l’abile venditore del negozio in albergo ci spaccia per argento), pendagli, piccoli soprammobili. Il fabbro-stregone lo sa e allora gioca con la sua tradizione, chiede consigli, guarda, osserva, va per tentativi: reinvesta il suo mestiere e rifornisce, con bravura, la bancarella per turisti che staziona sulle sponde del Niger, passaggio obbligato des blancs.

E’ lunga la strada per tornare verso l’albergo. Mezza Bamako da attraversare. A sera è tempo di muoversi. I fabbri sembrano non conoscere tempo. La produzione non si ferma. Arrivano i mercanti, i trasportatori, le donne con nuovo cibo per la notte. Mi servirà a casa questo romaiolo di stagno che mi sono comprato per due centesimi di euro? Incontro lo stesso ragazzo che mi aveva, inconsapevolmente,guidato verso il cuore nascosto della Medina. Questa volta ha una cassa di molle sulla testa. Spero che anche la sua giornata sia a fine. Spero che per i fabbri vi sia riposo dopo un giorno accanto alla forgia. Arrivo all’albergo, terra di bianchi e di stranieri. L’Africa cala nuovamente il suo sipario su un mondo che ci ha lasciato intravedere. Nostalgia immediata, ma negata. Africa invisibile per chi passa in fretta per Bamako. Nella sala da pranzo dell’albergo la guida (bianca) di un gruppo di turisti parla, con passione, dei fabbri africani e della loro magia. Ha letto bene i libri, sa cosa sta dicendo. I turisti fanno finta di seguire il racconto. Alla fine appare il mercante del negozio all’ingresso dell’hotel: offre i suoi oggetti in ferro. Rivedo i ragazzi che fanno andare i mantici. Fermo, come nello scatto di una fotografia, il gesto dell’uomo che solleva il martello. E allora appoggio, senza una parola e senza sapere perchè, il romaiolo di stagno fra le statuette del negoziante.
Se davvero volete lanciare uno sguardo sull’Africa, andate sotto la collina di Kolu, oltre l’ippodromo di Bamako, a Nord del centro della città. Fatevi guidare dai rumori e dall’aria infuocata. Varcate il confine fra i mercati: l’Africa, a volte, è generosa per chi ha occhi per guardare.