In cerca di un altro Egitto

Un tributo alla nostalgia è inevitabile. Banale e prevedibile, forse, ma anche serenamente inevitabile. Del resto, Costantinos Kavafis, poeta e impiegato dell’Ufficio Irrigazioni, omosessuale capace di commuovere con le sue parole sensuali e, per trent’anni, dal 1892 al 1922, piccolo dipendente del ministero del Lavoro egiziano, ha guidato alcuni passi importanti della mia vita. Ma non di lui voglio raccontare, ma della sua città. Di Alessandria. In cima all’Egitto. A Occidente del Delta del Nilo. Città del Mediterraneo, ai confini di un deserto che non riesce a spingersi fino al mare. E, allora, seguiamo quest’uomo dall’aria elegante e modesta; intellettuale profondo e pignolo (dicono che quando voleva usare una parola desueta, andava dai portuali della città a ‘testarla’), ma sedentario e schivo. Un abitudinario dalla doppia vita. Come l’immagine di Alessandria, in fondo. Come l’Egitto di quei tempi (ma, per molti aspetti, anche di questi). Costantinos era un figlio, di fine ‘800, della folta comunità greca della leggendaria Alessandria multinazionale e meticcia. Città dove, spiegano ancora gli eredi dei superstiti di quell’epoca, attorno ai tavoli dei caffé, si parlavano, mischiate una all’altra, cinque o sei lingue diverse.

Ogni mattina, siamo già nel 1907, Kavafis scende in silenzio la doppia rampa di scale di un bel palazzo di rue Lepsius (oggi si chiama Sharm al-Sheik). Ascolto i suoi passi sui gradini di marmo. Vedo la sua mano che scivola sul legno lucido della ringhiera. Esce di casa con lentezza studiata. Qui attorno si trova la chiesa ortodossa di san Saba, un bordello (‘il Tempio dell’anima’, dirà in un suo scritto) e l’ospedale greco. Un quartiere ‘europeo’, insomma. La trafficata shara Nabi Daniel, la strada dei commerci, che oggi collega la stazione dei treni al lungomare, scorre parallela alla viuzza dove vive il poeta. Come Kafka e Pessoa, l’impiegato Kavafis, un altro, invisibile signor K., al mattino, ha lo sguardo assonnato e trasognato. Non si interroga sul suo lavoro. Cammina con la testa altrove. Deve fare solo pochi passi, fino allo spiazzo di Ramleh. Allora era quasi un confine della città, oggi è un affollato terminale della tramvia e un architetto razionalista italiano ne ha costruito la bella stazione. Qui su uno spigolo di un palazzo solenne, c’era già il caffè-pasticceria Trianon con la sua lussuosa tea-room. Questo, a cavallo fra ‘800 e ‘900, era il quadrilatero della Alessandria cosmopolita, della città ‘occidentale’: la Corniche (lavori avviati nel 1905) è già lo scoglio artificiale dove si infrangono le onde del Mediterraneo, gli ospiti dell’hotel Cecil (altra architettura italiana) si godono, dalle finestre, le brezze marine; le sale dei caffè Pastroudis e Atheneos sono il luogo prediletto di una società da belle époque. Camerieri con cravattino nero e panciotti ben abbottonati servono tè e whisky. Kavafis è già arrivato, il suo ufficio, mi raccontano, è sopra il Trianon. Non si ferma al caffè, i suoi sguardi, sempre stupiti, seguono la folla dei ragazzi di Alessandria che già si è messa in caccia di fortuna per le strade della città.

Kavafis ha riconosciuto, come meritevoli di essere pubblicati, appena 154 delle sue poesie. La loro raccolta, pubblicata in libro solo dopo la sua morte, sarà destinate a commuovere Pasolini e la Yourcénar, Montale e Thomas Eliot. Alessandria, dunque, come Praga e Lisbona, era una città perfetta per un poeta? Allora (Kavafis nasce nel 1863), Alessandria (Alex, come la chiama chi ne è in confidenza) era come elettrizzata dai commerci e dagli affari. I magazzini del porto sono ricolmi di balle di cotone. La sua Borsa ne detta i prezzi mondiali. Sono gli anni in cui si sta scavando il canale di Suez. Migliaia e migliaia di migranti, per paradosso della storia sono i poveri delle coste europee del Nord del Mediterraneo (italiani, greci, francesi, libanesi, maltesi, ebrei, armeni….), sbarcano ad Alessandria in cerca di lavoro e futuro. Sono operai, meccanici, pescatori, muratori, marinai, ragazze destinate a diventare cameriere o prostitute, avventurieri di ogni risma. Fra loro, con sogni ambiziosi, arrivano anche mercanti e banchieri. Assieme ad esuli politici di grandi rivoluzioni fallite. Qui si insabbieranno i figli del primo Risorgimento italiano. Sono anarchici perseguitati e massoni alla ricerca di nuovi rifugi. Alessandria è la New York del Mediterraneo. Porto di attracco di una nuova vita. In pochi anni, architetti vanitosi vi progettano, per una borghesia ricca e sfrontata, palazzi, banche, grandi alberghi, casinò, caffé e pasticcerie.
Il khedivè d’Egitto, Abbas Helmi II°, ha come moglie una contessa austriaca: per lei fa costruire, da un architetto greco, una sfarzosa residenza estiva sulla costa a est della città. Alessandria vuole assomigliare a Parigi. Ma non riesce a dimenticare di essere una città del Mediterraneo e dell’Oriente. Ne viene fuori un patchwork architettonico eclettico e sbruffone. E’ una città-palcoscenico del quale Kavafis ricorda, con rimpianto irrimediabile, gli amori dei suoi anni lontani: un fabbro, un giovane perduto, due amici seduti al caffé, il bel ragazzo che si bagna nudo in un mattino di sole. Alessandria, città di erotismi. Labirinto di vicoli, caffé europei e fumerie malfamate. La città, per Kavafis, è ‘una tana’ dalla quale è impossibile fuggire. Anche perché, qui, è facile cullarsi nel mito dell’antichità e nell’eredità, autentica ed immaginaria, della Biblioteca, nell’illusione della sapienza greca, nel ricordo della tragedia di Antonio e Cleopatra come nei misteri della cabala e della filosofia gnostica. Città ideale per un poeta, lacerato fra la spavalda bellezza dei ragazzi arabi e lo splendore remoto del mondo della Grecia antica.

Adesso passeggio lungo shara Horreya, arrivo fino alla vecchia via Fuad. Gli archeologi mi hanno spiegato che la città antica scorreva attorno a questo asse stradale. Dalla porte del Sole alla porta della Luna. E’ un rettilineo perfettamente orientato. Da Oriente verso Occidente. Ho una mappa in mano e cerco i palazzi, le moschee, gli alberghi, le banche, le chiese, gli edifici pubblici progettati dagli architetti italiani: sono più di sessanta a seguire questa cartina. La più bella moschea della città, la grande Abu al-Abbas, è figlia del genio di un architetto che si chiamava Mario Rossi (in trent’anni costruì quasi trecento moschee in Egitto). Ho molte ragioni per un’ultima nostalgia. Alla Casa di Riposo degli Italiani, in una piccola sala, attorno a un tavolinetto rotondo, parlo con Franco Greco, 76 anni, presidente dell’associazione degli italiani d’Egitto. ‘Mia madre è nata qui. Nel 1905. Allora Alessandria aveva poco più di trecentomila abitati. Il 40% erano stranieri. 25mila greci, 15mila italiani, novemila ebrei, ottomila francesi, oltre seimila armeni. Gli italiani venivano da Procida, da Trani, da Molfetta, da Livorno’. Ungaretti, figlio di un anarchico lucchese, passò gli anni della sua adolescenza in questo, mai dimenticato, lembo di Oriente. E, ancora per paradosso, qui trovò esilio e oblio Vittorio Emanuele III°: la sua tomba è nascosta dietro l’altare della grande chiesa di santa Caterina. Era un piccolo universo, il mondo degli italiani: al mercato (creolo per lingue e dialetti) del popolare quartiere di Anfushi, si vendevano zucchini, succhi di frawla e fascjula egiziani. Alla fiaschetteria Firenze si beveva Chianti e al ristorante del circolo Stella d’Italia si mangiavano, in una felice confusione, mezzè arabi e spaghetti, si grigliava il pesce con il cumino e il coriandolo. Sono locali chiusi oramai da decenni. ‘Non ci sono rimasti che i ricordi’, mi dice, con un sorriso leggero, Michele Patruno, 86 anni, contabile della Casa di Riposo. Ancora oggi annota, con bella calligrafia, su un registro lungo un metro, i conti del vecchio Asilo per Vecchi costruito nel 1932.

Insomma, Alessandria, ambigua e struggente, tollerante e mitizzata, ha attratto, per decenni, scrittori dalle prolisse ispirazioni proustiane, filosofi malinconici, romantici inguaribili, letterati destinati a passare giornate su giornate nei caffé di fronte al Mediterraneo. Quasi tutti la raccontano come una brutta città, nessuno resiste alla sua seduzione. Lawrence Durrel ed Edward Morgan Forster (lo scrittore di Camera con vista) ne rimasero ammaliati: il primo si impigliò in quattro, infiniti romanzi (il celebre Quartetto di Alessandria), il secondo ne scrisse una dotta guida turistica. Fu una gloria intellettuale effimera: la storia era destinata a passare come un uragano impietoso sulle pietre del suo lungomare. I giovani ufficiali di Nasser, nel dopoguerra, spazzarono via ogni illusione che il tempo potesse essere immobile. Gli aristocratici di Alessandria non si erano nemmeno accorti che, attorno alla città, viveva una moltitudine disperata di fellahin, di contadini affamati e poverissimi. I popoli arabi volevano riconquistare il loro posto nel mondo. Nasser nazionalizzerà il canale di Suez, caccerà gli inglesi e profetizzerà la chimera di un socialismo panarabo. Non c’era più posto, in terra d’Egitto, per il potere assoluto degli occidentali: venne scritta, senza pietà, la parola fine degli anni della nostalgia. Quattro milioni di egiziani del Delta lasciarono le loro campagne miserabili per approdare ad Alessandria. Gli uffici del partito nasseriano occuparono il palazzo della Borsa. Più modestamente, e in anni recenti, la multinazionale Sofitel si è comprata il vecchio Cecil Hotel, reso celebre da Durrel e quartier generale di Montgomery nella Seconda Guerra Mondiale, e vi ha aperto, sul tetto, un ristorante cinese.

Reso l’onore dovuto al passato, è tempo, anche per noi, di scrollarsi di dosso la sua memoria. Di non leggere più libri gonfi di parole. ‘Solo quando smetterete di cercare fantasmi, riuscirete a godervi Alessandria’, suggeriscono, con saggezza, Jenny Robbins e Mary Magalli, autori di una bella guida alla città. Ricominciamo daccapo, allora. Da altre, ancor più remote glorie. Ma prima fate scorrere il dito sulla carta di Alessandria. Nella sua crescita vorticosa, la città moderna si è allungata come un serpente. Un animale che si è adagiato sugli scogli e sulle sabbie del Mediterraneo. Una linea retta lunga e stretta. Trentadue chilometri di Corniche fra la reggia di Montaza ad Oriente e il palazzo (anche queste sono architetture italiane, capolavori orientali di Ernesto Verrucci Bey) di Ras el-Tin, il capo del Fico, ad Occidente. Appena due, invece, i chilometri della sua larghezza. ‘Alessandria non ha mai potuto allargarsi. Può svilupparsi solo in lunghezza – mi conferma il giovane archeologo Muhamad Kenawi – Alle sue spalle c’è la laguna Maryut’. E’ l’antica Mareotide, una palude che, sempre, ha separato Alessandria dall’Egitto. Ne ha fatto una città a parte fino ai grandi lavori idraulici ottocenteschi. Solo ora affaristi privi di ogni limite stanno prosciugando anche le acque di queste stagni: sopra vi hanno già costruito l’immenso Carrefour e quartieri di cartone di soli centri commerciali, night club e megalomani ristoranti per matrimoni. Anche questo è Egitto: qui, dove un tempo vi erano paludi, la ricca e sfrontata borghesia alessandrina (i nuovi mercanti, i faccendieri, i mediatori, i soci di padroncini stranieri) passa le sue notti fumando sheesha dal sapore dolciastro, bevendo birra e mangiando fra i laghetti artificiali del ristorante Jungle, autentico frammento di foresta tropicale fra pareti di calcestruzzo.

Occorreva una leggenda per raccontare le origini di questa città. E’ per questo che Omero apparve in sogno ad Alessandro Magno e il giovane padrone del mondo antico decise che la sua capitale sarebbe sorta nel luogo dell’apparizione. Alessandro aveva già sconfitto i Persiani, il suo regno occupava l’intero Oriente mediterraneo, ma, superstizioso come ogni sovrano, volle andare fino a Siwa, nel deserto egiziano, per consultare l’oracolo di Ammone. Per questo il suo cavallo galoppò su questa spiaggia e i suoi occhi ammirarono questa penisola, simile alla coda di una balena mentre sta immergendosi. Era un approdo naturale, avrebbe protetto i navigli dai venti marini. E così Alessandro decise che lì, anno 332 avanti Cristo, sarebbe sorta la città-guida del suo impero. ‘I greci avevano paura delle alluvioni del Nilo: Alessandria è sorta su questi scogli per ragioni geologiche – mi dice Paolo Gallo, egittologo italiano che qui vive e lavora da anni – Questa è la prima terra solida a Occidente della foce del grande fiume’.
Le ambizioni di Alessandro furono più grandi della sua vita: voleva che la sua capitale fosse un grimaldello capace di scardinare le serrature ancora ben chiuse dell’Egitto dei Faraoni. Ma il più grande condottiero di quelle epoche frenetiche aveva fretta: con chicchi di grano, tracciò la mappa della sua nuova città e poi lasciò Dinocrate, il suo miglior architetto, a guidarne la costruzione. Il guerriero greco, nei dieci, brevi anni di vita che ancora gli rimanevano, non tornò mai più ad Alessandria. Ne morirà lontano: toccherà al suo generale Tolomeo riportarne il corpo nella città che mai aveva visto. Nessuna sa con certezza dove sia la sua tomba, ma la leggenda di Alessandro avrebbe segnato il destino antico di una capitale orfana del suo fondatore: Alessandria divenne il centro del sapere del mondo a cavallo fra Oriente ed Occidente, luogo-mito per ogni sapiente dell’epoca, scrigno prezioso della cultura greca. Qui Euclide rivelò le leggi della geometria; Aristarco, diciotto secoli prima di Copernico, intuì la struttura del sistema solare; Eratostene, bibliotecario di Alessandria, calcolò la distanza fra la Terra e la Luna. Città di astronomi e di filosofi, di matematici e letterati. Un’eredità di pensiero che reggerà fino alla scuola di Ipazia (oltre tre secoli dopo Cristo: solo un feroce fondamentalismo cristiano riuscì a farla tacere uccidendola) e agli insegnamenti del sufismo negli anni musulmani.
Nell’epoca dei Tolomei, sovrani dell’Egitto post-alessandrino, fu costruita, a sigillo di questa immensa sapienza, la Biblioteca (anzi, le Biblioteche: gli archeologi assicurano erano due. Una annessa la Tempio delle Muse, l’altra al Tempio di Serapide). E azzardano: vi furono conservati oltre mezzo milione di rotoli. Era tutto il sapere dell’antichità. Qui, per la prima volta, venne tradotta in greco la Bibbia. Grammatici e filologi organizzarono la custodia dei manoscritti. Alessandria, per tre secoli, sarà il crocevia delle conoscenze dell’umanità. Ma la Biblioteca era destinata, come ogni monumento della città, a scomparire: probabilmente bruciarono alcuni magazzini ai tempi della spedizione di Giulio Cesare (48 avanti Cristo), è quasi certo che sia stata saccheggiata durante la rivolta ebraica del 115. Infine i suoi libri vennero messi all’indice dal fondamentalismo cristiano del patriarca Teofilo, stolto avversario della ‘saggezza pagana’: i suo monaci fanatici, nel 391, bruciarono quanto era conservato nella biblioteca del Tempio di Serapide. Fra il 400 e il 600, quanto si era salvato dalle fiamme, venne saccheggiato, disperso, venduto, distrutto. Mi dicono che si è salvato un unico rotolo di quell’immenso patrimonio di sapienza.

Brucia la Biblioteca, e, dieci secoli più tardi, crolla anche il celebre Faro, una delle sette meraviglie del mondo antico. Era un’altra straordinaria costruzione dell’epoca dei Tolomei, in grado di rassicurare e guidare verso il porto, con un meccanismo di specchi, navi lontane anche cinquanta miglia al largo delle sue coste. Quando, alla fine del 1700, Napoleone, nella sua follia guerriera, vi sbarca con i suoi eserciti, Alessandria è un insignificante villaggio di tremila abitanti. Questo è stato il singolare destino di questa città: mille anni di glorie nell’antichità, poi, fra la conquista araba e la fine dell’impero ottomano, quattordici secoli di eclissi. Infine altri cento anni di sfarzo coloniale fra ottocento e novecento. E ora? Cosa ne è di questa città? Qual è la sua anima contemporanea? E’ possibile davvero, per un occidentale, cacciare nella gabbia della memoria ogni nostalgia e guardare Alessandria con occhi capaci di scorgere la bellezza di una città araba, europea e africana allo stesso tempo?

Alessandria è una megalopoli. Una boom-city. Cinque milioni di abitanti. Un’anarchia urbanistica di palazzi sgangherati e anneriti dallo smog che si affacciano sul Mediterraneo e che oscurano l’alba e il tramonto. Fanno ombra perfino sugli splendidi minareti della moschea di Abu al-Abbas. E’ come se due immense ali di condomini, vecchi edifici decrepiti, centri commerciali, alveari di cemento, si allungassero dalla città vecchia (che certo non è antica) e dalla penisola che protegge il doppio porto, Orientale ed Occidentale. La popolazione aumenta ancora quando, in estate, almeno tre milioni di cairoti si riversano sul suo mare. E così, ogni giorno, capisci quanti siano gli alessandrini dal traffico da mal di testa che attraversa la città in un unico ingorgo strepitante di clacson e brusche frenate. E, al venerdì, giorno di festa, assisti allo spettacolo straordinario di un esercito di ragazzi, giovani dagli occhi di gatto e la gommina lucente fra i capelli, e della mareggiata di ragazze dal velo variopinto a incorniciare il volto truccato con dolce malizia, che si riversano sulla Corniche e passeggiano nella brezza marina lungo la banchina del forte di Qaitbay. Arrivano dai quartieri popolari, arrivano dalle periferie. E’ il loro giorno di libertà. Sono le ore migliori del loro tempo. Vanno avanti e indietro fra venditori di zucchero filato e fotografi ambulanti, gelatai di strada e bancarelle di conchiglie. Passano i pomeriggi a sfiorarsi le mani e a guardarsi negli occhi in qualche nicchia del castello che ancora sorveglia il Porto Orientale di Alessandria. La città, da qui, offre il suo panorama più bello. Mi regalo il lusso della terrazza del Club Greco: la Corniche è un superbo orizzonte terrestre; un lungomare mediterraneo di fronte al quale le barche da pesca, dai colori pastello, luccicano al sole.
Le onde spruzzano il molo di Qaitbay. Per strada, con poche piastre, si mangia un piatto di kushari, pasta scotta condita con cipolla fritta e lenticchie. Gli adulti, seduti nei caffè del porto, fumano sheesha, giocano a domino o a backgammon. Poi, a sera, il mondo si affolla a Ramleh, la stazione della tramvia, abbellita da luminosi mosaici (luogo di appuntamenti dei ragazzi), per riprendere il tram verso casa o godersi la trasgressione di McDonald’s o del Kentucky Fried Chicken. Si trova il tempo per scattarsi a vicenda una foto con il cellulare, ricordo di un momento di felicità.

Non riuscirò mai a ricomporre il collage di Alessandria: nel mio elenco di istantanee figurano i bohèmien che passano le notti a bersi whisky al Cap d’Or, il più vecchio, forse il più bello, e il più ambiguo, dei locali della città, e gli operai dei cantieri navali che costruiscono yacht da un milione di euro per i nuovi ricchi russi, le coppie che possono regalarsi un costoso gelato al caffé Delices, le donne solitarie che annegano la loro malinconia al caffè Venous e, a ogni crocicchio, i poliziotti dalla divisa nera e gli occhi rassegnati. In realtà ogni immagine di dettaglio viene come cancellata da una realtà dirompente: Alessandria, come gran parte delle città arabe, appare popolata solo di giovani e ragazzi. I guappi (con soldi in tasca) sfrecciano per la Corniche con una vespa dagli altoparlanti a tutto volume. Gli altri camminano a gruppi. Le ragazze a braccetto, i ragazzi con le mani in tasca. In mano hanno cellulari onnipotenti che gracchiano all’infinito musica da fracasso. No, questi ragazzi non hanno nostalgie. Sono indifferenti al lusso fuori moda del caffé Trianon. Non hanno letto, e non leggeranno, Durrell e Forster. Nemmeno la Fausta Cialente che ha raccontato dei loro quartieri. E neanche il vecchio Kavafis. Ma sanno di Del Piero e di Fransesco Totti. Ascoltano uno strano miscuglio di musica rock-araba. Non hanno memorie, ma hanno voglia del presente e, con negata paura, di futuro. ‘What’s your name?’, si avvicina il più coraggioso del gruppo. Ma il loro inglese non va oltre. ‘Welcome to Alex’. Finisce qui la conversazione, ma ne ridiamo assieme e facciamo finta di parlare di calcio.

Altri giovani. Occhi scuri, sguardi seri. Jeans e magliette taroccate. Spolverini e foulard. Qualche libro sottobraccio. Alla fermata di Shatby, nelle ore del mattino di ogni giorno, scendono a frotte dai tram. Il primo vagone è riservato solo alle donne. Ad Alessandria ci sono ventitre facoltà (e fra di esse la Lèopold Senghor, tempio della francofonia). Sono quarantamila, gli studenti. Attorno alla nuova, splendente Biblioteca, quartiere di Shatby, c’è una delle facoltà alessandrine. Il mare è appena oltre l’inattraversabile autopista della Corniche. La moderna Biblioteca Alexandrina, immensa opera voluta dall’Egitto per illudersi che Alessandria possa ancora essere una capitale del sapere, è bellissima. Fu inaugurata in un giorno di autunno del 2002 (se ne era cominciato a parlare trent’anni prima). Progetto norvegese (gli italiani arrivarono secondi), sponsorizzata dall’Unesco, 220 milioni di dollari di costo (120 sborsati dall’Egitto), la più grande sala di lettura del mondo, duemila posti a sedere, quattrocentotrenta computer on-line ogni secondo, 700mila libri a disposizione e settanta miliardi di pagine web catalogate, la Biblioteca, nata negli anni della cultura digitale, è un altro mondo a parte del mosaico dell’Alessandria contemporanea. Architettura perfetta: a vederla dal mare, appare come un’onda che si tuffa nel Mediterraneo; invece è una semicupola schiacciata che sembra immergersi sotto l’acqua di cristallo di un lago. Gioca con i livelli (non ti accorgi che ha undici piani, quattro sono sotterranei) e con la luce (che filtra da grandi occhi triangolari: passa solo quella che facilita la lettura). Le guide ufficiali ti frastornano con i numeri. Le conferenze, le rassegne, le mostre si susseguono una dopo l’altra. Una macchina riesce a stamparti, per poche pound egiziane, un libro. E’ questo il nuovo Egitto? ‘Questa Biblioteca è una finestra aperta – non può che avvertire Ismail Serageldin, il direttore, il bibliotecario di questi anni contemporanei – un luogo di incontro fra il mondo e l’Egitto, centro di dialogo e comprensione fra culture e popoli’. Non so se sia davvero così. Non so dove finisca la retorica e cominci la realtà. Ho ascoltato critici severi della Biblioteca (‘Non ho mai visto una biblioteca senza libri’, mi ha detto uno storico) e ho conosciuto giovani che ne sono entusiasti (‘Questo è davvero un luogo ideale per studiare’). Ho partecipato a due conferenze e vi ho visto solo l’Alessandria della nostalgia, orfana di una grandeur (vecchi intellettuali da caffé che preferiscono parlare in francese piuttosto che arabo) scomparsa da decenni. Mi affaccio dal balcone, chiamato il Triangolo di Callimaco, che sovrasta i piani scoscesi della sala di lettura: gli studenti sono uguali ovunque. Danno speranze al mondo. Esco e mi godo il sole che si riflette sugli acciai delle sue strutture. Come il forte Qaitbay, la Biblioteca è meta delle gite domenicali delle famiglie e degli innamorati alessandrini. A sera, la sfera di cemento del Planetarium si illumina di cerchi azzurri. Una supermodernità in un paese con 17 milioni di analfabeti.

‘Bisogna scavare ad Alessandria’. Appaiono parole banali (ma così non è), quelle che mi dice Jean-Ives Empereur, il più celebre fra gli archeologi sulle tracce della città perduta. Più di trent’anni fa, giovane ricercatore francese, appassionato del mondo greco-romano, Jean-Ives approdò ad Alessandria. Non se ne è più andato. Ha puntellato, con testardaggine, il mito di pietra di una città che non conservava una sola impronta del suo passato. Oggi, testimonianza evidente della potenza francese in queste terre, Jean-Ives guida un piccolo esercito di studiosi. Pranzo con lui (grandi teglie di triglie fritte degne di un re Sole, si pasteggia a pastis) sul tetto del suo Centre d’Etudes Alexandrines. Al nostro tavolo ci sono solo donne. Antropologhe, storiche, topografe, museografe, una medioevalista, una tecnica informatica. Quante energie per una città senza monumenti, senza vestigia apparenti del suo grande e lontanissimo passato. Niente è rimasto della antica Biblioteca. Niente, almeno fino agli scavi sottomarini di Empereur, del glorioso Faro. Sono davvero poca cosa la Colonna di Pompei che, solitaria, sovrasta le modeste rovine del Tempio di Serapide. Poca cosa, per l’Egitto delle meraviglie faraoniche, anche le pur intriganti catacombe di Kom al-Shuqafa. Da più di un secolo, gli inglesi si sono portati via i due obelischi di Cleopatra. E, oggi, i fotografi devono fare salti mortali, con photoshop, per cancellare l’orizzonte di condomini che accerchia il piccolo Odeon romano sulla ‘collina’ di Kom al-Dikka. Difficile che gli affrettati turisti all-inclusive delle Piramidi e delle crociere sul Nilo si spingano fino a questo Mediterraneo. Se lo fanno, si fermano, con l’umore di traverso, non più di mezza giornata. Peccato, sbagliano. Bisogna avere tempo e pazienza ad Alessandria.

Empereur, alle prese con le triglie, si arrabbia con benevolenza: ‘Bisogna scavare ad Alessandria’, ripete. Del resto, prima di lui, ben pochi lo avevano fatto. E continua: ‘Sotto i palazzi della città moderna, ci sono case, mura, mosaici, necropoli, cisterne, ipogei. La storia, qui, è a strati: bisogna scendere fino a dodici metri sotto le fondamenta dei condomini per trovare ciò che rimane della città di Alessandro. Poi vi sono le tracce del passaggio dei romani, dei bizantini, dei fatimidi, dei mamelucchi, degli ottomani. Si ritrovano perfino le ombre di Napoleone’. Gli scavi di Empereur hanno inseguito, e continuano a seguire, la crescita senza limiti di Alessandria. Gli archeologi hanno ingaggiato una competizione, persa in partenza, con ruspe e trivelle. L’antico porto minaccia di essere sepolto dal folle ampliamento del violone del lungomare.
Ma Empereur, testardo, a metà degli anni ’90, si immerse fra i blocchi frangiflutti del porto Orientale della città: riapparvero così le pietre perdute del Faro. Tornarono alla luce cinquemila frammenti di una delle sette meraviglie del mondo antico. Riemersero cinque obelischi, sfingi scheggiate e una immensa statua di granito che, oggi, campeggia sul piazzale della nuova Biblioteca. Ma Alessandria, nonostante la meritoria cocciutaggine di Empereur, rimane ‘una città senza monumenti’, parola del critico letterario Giorgio Luti. Del resto Ungaretti sosteneva di essere nato in una città senza rovine, uno spazio vuoto fra il mare e il deserto: ‘Come posso riconoscere le sue origini se niente rimane?’ ‘Ma non poteva essere altrimenti – mi spiega il giovane archeologo Muhamad Kewani – Non c’è spazio ad Alessandria. La città poteva e può crescere solo distruggendo sé stessa’. Ce n’era abbastanza, per i malinconici filosofi occidentali e per i cronisti alla ricerca di un articolo ad effetto, per creare il mito di Alessandria. ‘E’ stata una operazione intellettuale, un’illusione letteraria’, dice, bruscamente, Paolo Gallo. Non ha torto, l’egittologo: la bibliografia su Alessandria, usata come sfondo di romanzi dai toni tormentati, è sterminata. Una giovane donna mi fa salire all’ultimo piano di un condominio del frontemare ad Anfushi. E’ un grande regalo: la baia del Porto Orientale è come una conchiglia che si avvolge su sé stessa, il forte di Qaitbay chiude la baia, le barche dei pescatori sono come macchie di acquerello sul mare. E’ tempo di lasciare la parola a uno scrittore di questa terra, il grande vecchio, testimone non sospetto. Il premio Nobel Nagib Mahfuz comincia così il suo romanzo Miramar: ‘Alessandria goccia di rugiada. Esplosione di nubi bianche…cuore di ricordi impregnati di miele e lacrime’. Cosa fai, Alessandria, a chi si trova a passeggiare per il tuo lungomare?