In taxi-brousse con Ryszard

Ancora una volta ho fatto la domanda sbagliata. Non riesco a cancellare la mia pelle bianca. Mi ero presentato di buon’ora nello spiazzo polveroso da dove sapevo che il taxi-brousse sarebbe partito di buon mattino. Dovevo lasciare il villaggio, un aereo mi aspettava nella città africana. Dovevo tornare a casa. Avevo fretta. L’autista del taxi mi adocchiò mentre mi guardavo attorno. L’uomo, con un borbottio, finì il suo bicchierino di tè, si alzò con un sospiro e fece due passi verso di me ondeggiando come un marinaio che da tempo non mette piede a terra. Indossava una giacca a vento color granata come se avesse freddo. Io ero in camicia e sudavo. Non ci scambiammo nemmeno una parola, non ce n’era bisogno. Bastava un cenno con gli occhi per capirsi. Ero un cliente. Il primo cliente di quella giornata. Per di più bianco. L’uomo prese la mia borsa, aprì il portabagagli della vecchia peugeot 504 a sette posti e, con imprevista delicatezza, fece sparire lo zaino. Era premuroso: lo coprì con un telo lacero e con una mano soffiò via la polvere. Poi si voltò, fece dei passi a ritroso e si rimise a sedere. Ricominciò a sollevare verso il cielo la sua teiera. Con abilità tranquilla riempiva un minuscolo bicchiere. Non un goccio di tè, schiumoso e ben ossigenato, andava perduto. Bevevo a piccoli sorsi, con un fragoroso gorgottìo di gola. Il tempo sembrava non esistere. Solo io, bianco e spaesato, ero impaziente.

‘Quando si parte?’. L’uomo mi guardò e non nascose un movimento di delusione per la mia ignoranza: ‘Quando ci saranno abbastanza clienti’. E questo voleva dire: tredici persone, più bambini e, se del caso, qualche pollo. Per fortuna non aveva mentito, come si fa nelle grandi città. A Bamako, nei parcheggi dei taxi-brousse, ti rispondono: ‘Tout de suite’ e dopo puoi pure addormentarti in macchina che tanto si parte il giorno dopo. Trovai un panchetto e mi misi a sedere. Accanto a me due macellai stavano scuoiando un paio di capre, cani, corvi e mosche ronzavano attorno con l’acquolina in bocca. Ogni tanto qualche pezzo volava per aria ed era rissa fra gli animali. I macellai soffiavano nelle budella delle capre: sembravano volessero fare tanti palloncini color bianco-latte.

Avrei dovuto conoscere bene questa lezione africana attorno al tempo: nella tasca del mio giubbotto c’era una copia di Ebano, la raccolta delle storie quotidiane del migliore fra i giornalisti che hanno battuto le strade dell’Africa negli ultimi cinquant’anni. Ryszard Kapuscinki, giovane e solitario inviato di un’agenzia polacca, voleva andare da Accra, la capitale del Ghana, a Kumasi, la città dei re ashanti. Era il 1958 e Ryszard imparava in fretta: ‘Salendo in autobus l’africano non chiede quando si parte’. Il guidatore risponderebbe stupito: ‘Quando ci sarà abbastanza gente da riempirlo’. Il giornalista polacco, quel lontano giorno, ebbe fortuna: attese appena due ore. Io, che volevo raggiungere Bamako al più presto, da un villaggio distante poco meno di cento chilometri, ho aspettato quattro ore. Più il tempo di ovviare al fatto che il serbatoio del taxi-brousse era vuoto e non si trovava benzina. E con una inevitabile sorpresa: riempito il taxi e trovato il carburante, la peugeot non ne voleva sapere di ripartire. L’autista girava la chiavetta e la macchina rimaneva muta, nemmeno un battito del suo cuore meccanico. Noi, le tredici persone, eravamo sistemati uno addosso all’altro e tutti ci siamo disincastrati e, come sardine sguscianti, siamo usciti nuovamente dalla macchina. L’uomo, con gesti da attore, ha alzato il cofano e noi passeggeri maschi, con fare intenso, ci siamo messi a guardare il motore. Bella scena, molto seria, nessuno parlava, qualche mugolio ogni tanto a cui il vicino replicava con un cenno di assenso della testa: è durata almeno un quarto d’ora. Fino a quando un ragazzo, sporco di morchia, non ha cominciato a massaggiare il carburatore. Deve aver pronunciato parole magiche: dopo il lavorio delle sue mani, è bastato un colpetto di chiave e il motore, brontolando come una vecchia donna, ha avuto un sobbalzo e un rantolo di vita cigolante. Siamo risaliti a bordo, ritrovando lo stesso gioco di incastri fra i corpi. Il libro di Ryszard mi pigiava contro un fianco. E’ passato quasi mezzo secolo da quel ricordo di viaggio di Kapuscinski, eppure i due autisti (nonno e nipote, a ben scorrere le generazioni) che ci hanno accompagnati a cinquant’anni di distanza hanno risposto alla stessa maniera a due bianchi sprovveduti. Non so come, ma riuscii a tirare fuori quel volume. Che quasi mi sfuggì di mano, quando il taxi-brousse, innestata la prima, fece un vero salto in avanti facendo fuggire una donna e un paio di capre.

Viaggiavo stretto fra una grande donna dagli abiti sgargianti e un ragazzo con gli occhiali scuri, silenzioso come una sfinge. L’autista era reclinato sul volante. Ogni tanto si metteva in bocca una manciata di noccioline. Il pollo, stretto sotto le sottane della donna, si era rassegnato. Un vecchio tirò fuori un cellulare, controllò se aveva campo, fece un numero e si mise a chiacchierare con voce da tuono sfiatato. In Africa si parla sempre con due toni più alti del necessario: Dio ti deve sentire, non deve avere il sospetto che tu nasconda qualcosa. Solo i bianchi parlano sommessamente, come se non volessero essere uditi dal cielo. Pessima abitudine, malvista dagli africani. Ho un amico che sostiene che i cellulari hanno trasformato tutti in griot. Il vecchio urlò per una buona mezz’ora nel suo telefono. Non disse molte cose: diceva una parola e poi faceva una pausa prima di andare avanti. Chiuso il misterioso dialogo, si addormentò di colpo e con naturalezza quasi contorcendosi sull’ultimo sedile della peugeot. Io leggevo, a singhiozzo, le pagine scritte da Ryszard: erano la descrizione del paesaggio che stava scorrendo al mio fianco. Era come se i viandanti in bicicletta, le donne con i secchi sulla testa, i bambini stracciati che ciondolano verso una scuola improbabile saltassero, uno dopo l’altro, dentro e fuori i racconti di Ebano. Non sapevo più dove guardare e mi immaginavo Ryszard seduto accanto all’autista che non si perdeva un solo frammento dello spettacolo della gente della savana. Un camion si era rovesciato, non c’era nessuna speranza di tirarlo fuori dalla buca nella quale si era ribaltato. Ma gli uomini non sembravano preoccupati. Avevano sistemato il carico sotto l’ombra di un’acacia e, esausti, si erano addormentati con espressioni affaticate. Qualche cosa succederà. Se fossi ripassato da lì una settimana dopo,li avrei trovati ancora immobili, ma certi che il soccorso stava per arrivare. Due dei passeggeri del camion non avevano sonno e giocavano a una dama africana con palline di sterco di capra.

Gli occhi di Kapuscinski sono onesti, veri, curiosi, attenti; le sue parole sono il racconto perfetto della vita di ogni giorno di questa terra che per sbaglio abbiamo chiamato Africa. Lui lo sostiene fin dalla prima pagina del suo libro di storie: ‘A parte la sua denominazione geografica, in realtà l’Africa non esiste’. Già, esistono le mille e più Afriche, ed esiste il mistero del tempo quotidiano di queste Afriche. Come hai fatto, Ryszard, gentiluomo polacco, uomo timido e impacciato, figlio di un paese poverissimo del Nord Europa, a raccontarci le Afriche dei dettagli, delle piccole storie di chi si inventa una sopravvivenza tutti i giorni, di chi se debrouille nella vita, come si direbbe, qui, in Mali?

I passeggeri scendono, cambiano i compagni di viaggio, ma i miei vicini non danno un cenno di vita. La donna al mio fianco dorme placidamente sulla mia spalla. Io non sto stare fermo così a lungo. Cerco di muovere una gamba, ma tiro un calcio al pollo che protesta con un grido da gallina spennata. Riesco a togliere un braccio che si era intirizzito sotto la schiena del ragazzo taciturno. Il taxi si arresta in un villaggio dove si coltiva tabacco. L’autista si fa portare una ciotola d’acqua. Un contadino chiede di salire. Ha con sé un sacco immenso e una bicicletta. In Africa viene smentita ogni legge della fisica: con l’aiuto degli avventori di un bar scalcinato, la bicicletta è issata sul tetto della vecchia peugeot che, all’istante, si trasforma nel capolavoro di uno scultore iperrealista. Il sacco di foglie di tabacco viene infilato nel portabagagli che rimase inesorabilmente sospeso a mezz’aria, nessuno lo avrebbe più richiuso: pas de problemes, una corda assicurò che non si sarebbe perso nemmeno un pezzo. Almeno così disse l’autista che fece sparire nella sua tasca i duemila franchi del contadino nella tasca della giacca a vento. L’uomo era onesto e la peugeot una macchina avveduta: un paio d’ore dopo quella sosta, si fermò, senza voler ripartire, quando arrivò nella prima vera cittadina, là dove ricominciava l’asfalto. L’autista non era né sconsolato, né sorpreso. Tirò fuori i soldi dalla tasca e restituì parte del denaro a ognuno dei passeggeri. Fine della corsa, prima della capitale. Distante altri venti chilometri. Tutti ci mettemmo alla ricerca di un altro taxi. Un ragazzino mi adottò subito e mi guidò verso una macchina ancor più scassata di quella con la quale ero arrivato: la sua giornata lavorativa adesso era un pieno successo, aveva rimediato un cliente e per di più bianco. Attese una buona mancia e se ne andò via con un sorriso da bambino. Solo che il nuovo taxi non aveva nessuna intenzione di partire. Scomparve anche il giovane dinoccolato che si era presentato come l’autista. Ero in piedi a fianco di quell’auto che,a ben vedere, non appariva in grado di fare un solo chilometro. Alla fine, mi resi conto che la macchina non aveva nemmeno le ruote. Poggiava, in maniera strana, su dei pezzi di cemento spezzati, erano stati nascosti da due casse di legno. Aprii le braccia, mi guardai attorno e incrociai uno sguardo divertito e solidale di un vecchio bianco.

Gente strana, i bianchi che vivono in Africa da tanti anni. Hanno un’aria da gatti sornioni. Vestono con abiti nei quali sembrano aver dormito nelle ultime dieci notti. Hanno occhi rapidi, curiosi, scintillanti, a volte, come la luce da stella cadente. I loro capelli sono ingovernabili, la barba ha sempre la lunghezza di una settimana senza rasatura. Hanno un’espressione che riesce a far convivere nei muscoli stanchezza perenne e vitalità improvvisa. Insomma, l’aria dell’Africa li ha cambiati. Non è stata possibile una metamorfosi assoluta, non sono diventati neri, ma un’altra razza, sì. Un’altra stirpe di umanità. Il vecchio (che non era poi tanto vecchio ora che lo vedevo bene mentre mi faceva un cenno con la mano) continuava a fissarmi. Era seduto al banco di una immensa donna africana che vendeva la birra locale. ‘E’ buona, questa birra’, mi gridò dietro l’uomo. Non aveva molti capelli, il suo era un sorriso accogliente. Mentre la parlava la fronte si aggrottava in mille geometrie. Doveva avere qualche acciacco, ma oggi appariva in buona forma. Aveva ragione, la birra di mais era buona: alcolica quanto basta per non sentirsi un peccatore contro l’islam, dissetante per sfidare i giorni del grande caldo, infine era densa e quindi sostituiva, per chi aveva solo qualche centesimo di franchi in tasca, un intero pasto. La Madame africana versava bicchieri generosi ai suoi clienti e così il suo negozio aveva successo. Il bianco ordinò un colossale catino di birra anche per me. Sorrise ancora: ‘Non te la prendere, sono stati bravi a prenderti in giro. Degni di ammirazione – mi dice senza guardarmi – E poi non ci hai rimesso nemmeno tanto. Qui i ladri, in realtà, compiono un atto di amicizia nei tuoi confronti. Pensaci: sei un bianco rompiscatole, giri per qui facendo domande e guardando la gente cose se fossi allo zoo, non dai una mano, combini sempre guai e non rischi niente: hai in tasca un biglietto d’aereo per tornartene a casa e un po’ di soldi nascosti nelle mutande. Insomma non servi a niente. Chi cerca di fregarti, in realtà vuole renderti utile a qualcosa. E’ come se ti stesse dando il benvenuto. Ti dice che sei accettato nella comunità’. Bevvi la birra, troppo acida per il mio palato, ma non dissi nulla. Un filo di schiuma mi rimase sulla barba.

Il bianco aveva voglia di parlare, il suo francese era una meraviglia di altri tempi, ma, potrei giurarlo, non era la sua lingua madre: mi disse di aver vissuto un po’ ovunque in Africa. A Lagos, ad esempio, dove aveva avuto una casa in un quartiere-baraccopoli. Non era chiaro nemmeno a lui perché se ne andò a vivere, unico bianco, in quel luogo infame. ‘E’ vero non avevo molti soldi, ma una casa migliore, in una zona residenziale, forse me la sarei potuta permettere – mi raccontò – ma io volevo conoscere l’Africa, mica potevo starmene in un ghetto per bianchi’. Fu lì che quest’uomo imparò a farsi rapinare in santa pace. Fu lì che non capì un bel nulla. Guardai verso i miei compagni di taxi-brousse:aspettavano con una pazienza infinita che la nuova macchina che avevano trovato si riempisse e non facevano una piega. Le donne sonnecchiavano e allattavano i figli, gli uomini si erano stravaccati su certe balle di cotone accatastate ai margini del piazzale. Anche il bianco, in quei vicoli di Lagos, si chiedeva che cosa pensavano i suoi vicini di casa? Non era sicuro di essere riuscito a capirlo. La gente di quel quartiere se ne stava più in strada che in casa. Non c’erano marciapiedi e ai lati dei vicoli scorrevano gli scoli delle fogne. Ogni tanto qualche ragazzino vi scivolava dentro. Veniva ripescato e ripulito alla meglio dalle donne che continuavano a vendere verdure in mezzo a quel caos. ‘Ogni tanto passavano dei preti di diverse religioni per quelle strade –ricorda l’uomo – Cantavano e gridavano per ore. Le donne sudavano e succhiavano un sacchetto di plastica pieno di acqua colorata. Quante volte ho cercato di sapere che cosa pensassero. Non ce l’ho mai fatta’. Alla fine il bianco lasciò quel quartiere di Lagos e riprese la sua vita di vagabondo.

Non me la raccontava mica tutta giusta. ‘Il colore della mia pelle e il lavoro che facevo allora mi avrebbe aperto le anticamere dei palazzi del nuovo poter africano. Lì ho conosciuti tutti i signori dell’Africa delle indipendenze’, mi disse. Questo doveva accadere almeno quarant’anni fa, pensai. ‘Ma a me piacevano i nomadi, viaggiavo sui camion della savana, dormivo nelle capanne dei contadini’. Che cosa hanno visto i tuoi occhi, vecchio? Quante storie stai raccontandomi? Perché sto qui a sentirti invece di darmi da fare a cercare un taxi? Ti sei dimenticato che domani hai un aereo? ‘Smettila di pensarci’, mi disse quasi leggesse nei miei pensieri. Mi offrì un’altra birra. ‘Il tempo è un’entità passiva. Cosa te ne fai del tempo che risparmi? Un bel niente. Goditela, oppure fai come un africano: affina l’arte di resistere, di aspettare. Nell’attesa può non succedere nulla, ma potresti incontrare l’occasione della tua vita. Mi rimane solo un dubbio: a cosa pensano questi qui – e con il braccio disegnò un semicerchio nell’aria indicando la folla che si muoveva attorno a noi – quando aspettano quasi in trance? Sognano? Ricordano? Fanno progetti? Meditano? Forse viaggiano per l’aldilà? Non so dirlo, dopo tanti anni di Africa, io non so dirlo’. Certo è che chiacchieri, vecchio. Siamo qui da un po’. E’ vero che il tempo è passato e non ce ne siamo accorti. Tempo come un regalo, ma chi glielo spiega a chi mi sta aspettando a casa. Me ne sto zitto e bevo questa birra che non mi piace, ma tu ne dici di parole. E, certo, è bello starti a sentire. Chi sei?

Sta arrivando la sera. Ma in Africa, almeno a queste latitudini, non è mai così: il buio non arriva, ti cade addosso. Un momento prima c’era ancora la luce del sole, poi, se l’harmattan, vento di sabbia, quel giorno non si è fatto sentire, c’è un lampo arrossato, tutto sbiadisce in fretta e la notte è come una tagliola improvvisa. La matrona della birra lo sa e non ha nessuna intenzione di mollare il suo banco. Anzi, ora, che è buio, cominciano gli affari. Le stelle si accendono e il vecchio lancia uno sguardo che vorrebbe essere distratto e che, invece, è commosso. Gli uomini fanno il bilancio della giornata. Si frugano nelle tasche e, se salta fuori qualche centesimo, mica tornano a casa. Un piatto di polenta con sopra una salsa unta e un vaso di birra schiumosa è quello che ci vuole per celebrare. La giornata è andata, siamo ancora vivi. Fermiamoci, regaliamoci una pausa. Oramai ho perso l’ultimo taxi, ma non mi riesce essere disperato, non devo pensarci. Qualcosa accadrà. Il mio compagno, da un po’ di tempo, è silenzioso. Ogni tanto tira fuori un quadernetto e prende qualche appunto. ‘Poi li perdo sempre – mi rassicura – ma se scrivo mi sembra di essere vicino a capire l’Africa e allora mi annoto delle tracce, delle possibilità, degli istinti. Magari, più tardi, fra qualche anno, sarò capace di costruire una mappa’. Le donne del mercato accendono lampade a petrolio, vi è odore di nafta nell’aria, si mischia al sapore dei pesci arrostiti che viaggia in una nuvola di fumo. Il rumore di un generatore fa volare via un paio di pipistrelli, in un banchetto vicino si friggono frittelle di farina di mais. Tutto il mercato notturno sembra sfrigolare. Mi venne di mangiare del pesce e invitai il mio nuovo compagno. I ragazzi di strada stavano diventando nervosi: bisognava cercare un posto dove dormire e i rifugi migliori e più sicuri erano già occupati. Piccoli battibecchi erano nell’aria. Un poliziotto fece roteare il suo manganello e gli sguardi dei ragazzi si accucciarono verso terra. Io e il vecchio ci demmo una mossa. Adesso non si vedeva il colore della nostra pelle: eravamo ombre, come loro. Nemmeno le luci dei camion svelavano la nostra razza. Ci fermammo davanti a una bottega, il neon illuminava un’insegna blu: La sènegalaise….’Un buon posto’, fece il mio compagno. Aveva ragione: i catini erano pieni di pesce arrostito e spiedini e le patate fritte avevano un’aria da leccarsi i baffi. Era tempo di mangiare, l’aereo era perduto. Il bianco – era curioso che non gli avessi ancora chiesto come si chiamava – mangiò di gusto chiacchierando in una lingua che non capivo con la donna senegalese che stava pestando il miglio. Un bambino con addosso una maglia a strisce rosse e blu e un numero nove sulla schiena ballonzolava davanti al nostro tavolo con in mano un secchio vuoto. ‘Karibu – disse il mio compagno – ragazzi delle scuole coraniche che se ne vanno in cerca di cibo nella notte’. Numero nove avrebbe aspettato, con i suoi occhi divisi fra la fame e il sonno, fino a quando non ci saremmo alzati. Poi si sarebbe avventato sui resti del nostro cibo fino a quando la senegalese non lo avrebbe cacciato con un urlo. Il vecchio sembrava interrogarsi da solo: ‘E’ giusto, tutto questo? Tu lo sai?’, mi chiese. Guardammo in silenzio Numero Nove. Se fossimo venuti in questo posto altre cento notti, lo avremmo trovato sempre qui. Fino a quando un giorno non sarebbe riapparsi e nessuno si sarebbe interrogato sulla sua sorte. Ci alzammo, il bianco si chinò verso il ragazzo, gli disse qualcosa all’orecchio e Numero Nove sorrise guardandomi.

Le storie in Africa sono piccole. I turisti,spesso, non hanno occhi nemmeno per annotarle. Non se ne rendono conto. Le storie non hanno né fine, né principio. Si dipanano e solo Kapuscinski ha saputo farle salire sul palcoscenico. E’ la stessa cosa che, ora, sta facendo il cantastorie cieco che, nella notte di questa città di cui non conosco il nome, accompagnato per mano da un ragazzino minuscolo, intona la sua nenia stonata per i clienti ubriachi di un bar. Il vecchio si fermò, mi sfiorò un braccio: ‘Mi ha fatto piacere parlare con te. Ne avevo bisogno. Ho visto che hai un libro, posso darci un’occhiata?’. Ebano spuntava dalla mia giacca, Glielo porsi, l’uomo fece scorrere le pagine, si soffermò sulle prime righe, sorrise, si spostò alla luce e tirò fuori una penna. Scrisse qualcosa. ‘Bene, ora devo andare. Io vado verso Nord. Mi hanno detto che là c’è qualcuno che potrebbe avere qualche risposta alle mie domande. Ma io so già che tornerò con più dubbi di prima. Chissà che non sia questo il semplice trucco del nomadismo: essere sempre tentati da cosa c’è oltre quell’angolo, al di là di quell’orizzonte’. E indicò una direzione dove solo il buio era padrone. Se aguzzavi la vista, nella savana, qualcuno aveva acceso un piccolo fuoco. Il vecchio se ne andò e io rimasi lì, in piedi, interdetto, incapace di fermarlo. Sentii la paura salire lungo la pancia. Rimisi il libro in tasca e mi voltai verso le lampade del mercato. Numero Nove aveva un sorriso che sembrava il riflesso del sole su uno specchio. ‘Vieni con me’. Dietro una catapecchia un uomo stava scaldando il tè. Doveva essersi appena svegliato. ‘Per arrivare all’aeroporto fanno tremila franchi. Più le mance da lasciare ai poliziotti che ci fermeranno. Da queste parti non si viaggia di notte, ma il polacco è un amico e ad un amico non si dice mai di no’, disse in maniera brusca. E mi passò un bicchierino di tè. Non chiesi nulla. Bevvi anch’io con fragore di labbra e gola. La macchina partì subito e il serbatoio era pieno di benzina.

Arrivai in tempo per il mio aereo. Con addosso la malinconia di stare facendo la cosa sbagliata. Allacciai la cintura, cercai di addormentarmi, non ci riuscii, mi passai sul viso una salvietta bagnata. Aprii, ancora una volta, Ebano. Nella prima pagina bianca c’era scritto con una calligrafia incerta: ‘Ci ci ritroveremo. Da qualche parte. In Africa non ci si perde, basta guardare gli occhi di chi ti sta a fianco. Ryszard’.

L’aereo decollò. Nella notte, le terre della savana sono scure come il sipario di un teatro. Al taxi-brousse mancava un faro e il doganiere ci lasciò passare senza storie. L’aereo era già in volo. Non potevo più scendere. Sarei tornato indietro, o, forse mai partito, se avessi saputo prima? Mi alzai, mi affacciai a un finestrino. Qualche fuoco cercava di spezzare il buio sotto di noi. Sentii un pensiero correre dietro a una lacrima, ma non riuscii ad afferrarlo. Svanì.