Lo specchio di Alexandrine

Ho chiesto di te. Forse con troppa timidezza. I vecchi, all’ombra della moschea, hanno scosso la testa, guardando altrove. Un ragazzo è tornato ciondolando: gli avevo chiesto di andare in giro a chiedere. E’ riapparso dopo un paio d’ore. Ho atteso che avesse voglia di raccontare. E lui, dopo il tempo del tè, ha solo sussurrato una serie di nomi: pellegrini ancora ricordati in città, uomini santi, hadji che avevano viaggiato per i deserti fino alla Mecca e che, sulla via del ritorno, qui si erano fermati. Ma nessuno aveva saputo dirgli dove fosse la casa dei due fratelli. Come se il negriero Abdallah e suo fratello, il mistico Sidi Mohammed ben Alua, mai avessero vissuto a Murzuq. Eppure erano stati uomini potenti, ricchi, a loro modo generosi. Avevano avuto in mano, per anni e anni, il commercio degli uomini. Che cosa mi aspettavo? Erano passati troppi anni. Quasi un secolo e mezzo. Ma la memoria, in queste terre, è lunga, lascia sempre dietro a sé dei sedimenti: ero certo che avrei trovato almeno il ricordo di questo clan così celebre. E, invece, nulla. Gli abitanti dell’oasi, oggi raggiunta dall’asfalto, dicono di non aver mai sentito le storie dei due fratelli e di quella donna bianca. La prima che fosse mai stata vista fra queste sabbie. Ma io sapevo che lei, Alexine, il giorno dopo il suo arrivo nell’ultima oasi della Libia, aveva conosciuto quei due vecchi mercanti. Era un giorno di marzo. Le notti erano ancora gelide, ma il gran deserto che accerchiava l’oasi sembrò scaldarsi quando quella strana carovana apparve all’orizzonte. Era un giorno di marzo del 1869. Alexine e la sua gente avevano viaggiato per trentasei giorni per raggiungere quelle case disperse in mezzo al Sahara.

 Una traccia esile, mi ha condotto fino a qui. Le parole di un vecchio romanzo. Che ricorda il racconto, malinconico e bellissimo, di un vecchio ufficiale coloniale italiano. Un giovane tenente lo ascoltava senza interromperlo. Niente di più. Ma è stato per lo scorrere di quelle pagine che sono arrivato a Murzuq. Fino a queste ultime tamerici, ultimi cespugli rinsecchiti, ultimi sacchetti di plastica laceri e abbandonati. Oltre, per centinaia e centinaia di chilometri vi è solo il deserto. Questo è uno dei cuori del Sahara. Confine nord-orientale dell’edeyen di Murzuq, grande cerchio di sabbia all’estremo Sud della Libia. Qui le dune si alzano senza clamori: appaiono basse, antiche, facili da scavalcare. Ma è un inganno: questo deserto è un intrico, un labirinto. Le sue dune sono come lana intrecciata: inestricabili. Le carovane, prima, e gli esploratori, poi, hanno sempre evitato di ritrovarsi in mezzo a questo edeyen senza pozzi, né piste. Questa terra, fino a metà del ‘900, è stata senza mappe. Per questo, come tutte le anime che non conoscono la malinconica dolcezza della quiete, Alexine non fu capace di resistere al fascino irraccontabile di una regione ignota. Nei mesi precedenti aveva letto, con passione, le pagine di un giovane francese: Henry Duveyrier conosceva perfino la lingua degli uomini del deserto e, appena ventenne, aveva raggiunto i canyon di roccia del Tassili ‘n Ajjer, misteriosa falesia che si alza laggiù, verso Occidente. I tuareg avevano affascinato quel ragazzo. I suoi taccuini erano diventati il primo libro mai scritto su questo popolo. Fu lui a disegnare le prime mappe di quel deserto. E, destino impietoso, mai sarebbe tornato in quel Sahara che gli aveva rubato la memoria e l’anima. Alexine passò ore eccitate sulle pagine di Duveyrier. Lei aveva già conosceva le sabbie dell’Egitto, le acque del Nilo, le paludi del Sudan. Le febbri tropicali avevano minacciato la sua gioventù. Non solo: erano state crudeli al punto da uccidere, appena quattro anni prima, le persone che aveva più care. Ma nemmeno il dolore di queste tragedie avrebbe potuto fermarla. Partire, ripartire, andare. Quel deserto doveva pur avere una fine…..

 Non ho insistito né con i vecchi di Murzuq, né con il ragazzo. Che ora se ne sta seduto accanto a me. Fa dondolare una gamba. Una ciabatta azzurra, appesa alle dita del piede, oscilla come lo sgabello di un’altalena. Sono ore calde. Si sta all’ombra. Il minareto della moschea, scheggia superstite della città vecchia, è sghimbescio: ha una strana forma, che sembra violare leggi dell’equilibrio. E’ come se stesse per afflosciarsi su sé stesso. Nel vecchio romanzo, colmo di parole di altri tempi, sta scritto che Murzuq è ‘un paese infisso nel Sahara’. Su un terrapieno, i turchi hanno costruito un forte. L’ufficiale coloniale ricorda che ‘sembra fatto con l’argilla da un fanciullo solitario’. Aveva in testa solo Alexine, quel militare senza nostalgie del suo paese. La notte in Sahara, dice, ‘splende come fosse di quarzo’. Appoggio il libro sul gradino di terra cruda dove sono seduto. La luce, oltre la linea dell’ombra, acceca. Il mondo, a una certa ora del giorno, sbiadisce fino a diventare un pannello che riflette i raggi del sole. Il ragazzo sonnecchia. Devo dirvi chi è Alexine.

 Alexandrine Pieternella Francina Tinné aveva 33 anni quando, alla fine di gennaio del 1869, lasciò Tripoli alla testa di una grande carovana. Era ricca, Alexine: aveva alle spalle uno dei più grandi patrimoni d’Olanda. Suo padre, Philip Fredrik Tinné, era un mercante: aveva fatto fortuna con le piantagioni di canna da zucchero e caffè che, da giovane avventuriero, aveva comprato nella colonia olandese di Demerara, l’antica Guyana, quella terra che oggi si chiama Suriname. Alexine era figlia della sua seconda moglie, la baronessa Harriet Van Cappellen: Philip aveva già 63 anni quando nacque quella bambina, Harriet ne aveva 37. Alexine rimase orfana del padre ad appena dieci anni. Era considerata la più ricca ereditiera di Olanda. Qualcuno si è messo a calcolare la sua fortuna personale: 69mila sterline di allora, cinque milioni di euro di oggi. Non so cosa spinse quelle donne, Harriet, la zia Adriana ed Alexine, a partire per l’Africa. Per l’irraggiungibile Sudan. Usarono la loro ricchezza per smarrirsi in Africa. Non riesci ad immaginarle mentre camminano per la savana: le fotografie che sono giunte fino a noi, le mostrano avvolte in grandi gonne dai colori scuri (nemmeno le scarpe riesci a intravedere), indossano mantelle che coprono tutto il corpo, cuffie e crinoline nascondono i capelli.

Era coraggiosa e spavalda, Alexine. Viveva in un secolo che niente concedeva alle donne. Eppure lei era poliglotta, suonava il pianoforte con maestria, era una pittrice di buon talento. Avrebbe potuto felicemente sposare un giovane e brillante ufficiale tedesco. E, invece, mandò al diavolo ogni convenzione e agiatezza. Amava quel ragazzo destinato a una carriera militare in Sassonia, ma lo abbandonò. Con la madre vagò per l’Europa. Un passo dopo l’altro. Si spinsero in Medioriente, attraversarono il Mediterraneo. Alexine imparò l’arabo alla perfezione, divenne un’eccellente fotografa. A poco più di vent’anni, avevano già disceso il Nilo fino alla prima cateratta. L’Africa l’aveva conquistato. Madre e figlia avrebbero meritato ben altra gloria, ma erano donne in un mondo di soli uomini. Pochi le ricordano come esploratrici: le società geografiche, allora, le considerarono solo eccentriche signore olandesi che giocavano a fare le avventuriere. Disorientavano quelle tre donne: viaggiavano in terre pericolose solo per il desiderio di viaggiare. E non hanno mai scritto un libro di memorie, nessuna vanitosa cronaca delle loro avventure. Quegli esploratori boriosi che le incontravano lungo le piste dell’Africa non sapevano come classificarle. Samuel Baker, puritano esploratore inglese, ne fu scandalizzato: ‘Queste donne viaggiano sole, senza protezione. Sono matte. Avventurarsi fra i Dinka per una donna sola è una pazzia. I nativi vanno in giro completamente nudi’. Solo Livingstone ne riconobbe il grande, ingenuo coraggio: ‘Questa donna olandese ha la mia stima più grande’, annotò in una pagina del suo diario.

 Alexandrine aveva una luce negli occhi che narrava della sua tenacia. Fu lei a trascinare nuovamente la madre verso l’Africa. Avrebbero potuto godersi le loro ricchezze nel lusso di un’Europa ottocentesca: preferirono un destino di febbri incurabili e il rischio dell’ignoto delle foreste tropicali. Madre, figlia e zia furono le prime donne bianche a spingersi nel cuore delle regioni meridionali del Sudan. In battello raggiunsero Gondokoro, ultimo avamposto lungo le sponde del Nilo Bianco. Oltre, il fiume non è più navigabile. Alexine non volle sentir ragioni: la spedizione (settanta uomini di scorta, centinaia di portatori) proseguì nei territori sconosciuti del Bahr el-Ghazal, grande affluente occidentale del Nilo. Fu un viaggio tragico: le febbri uccisero la madre, le sue dame di compagnie (già, Flora e Anna non avevano abbandonato Alexine), il botanico Steudner. Malattie e diserzioni decimarono la carovana. Alexine sopravvisse. Volle sopravvivere. Ma era oramai condannata alla solitudine: a Khartoum morì anche sua zia Adriana. Lei riuscì a tornare al Cairo e a spedire all’erbario di Vienna le piante che aveva raccolto durante il viaggio (vi erano almeno 24 piante allora sconosciute e i botanici austriaci furono entusiasti del lavoro di Alexine,di sua madre e di Steudner). Aveva quasi trent’anni, un dolore irreparabile nel cuore e la determinazione di essere oramai una figlia dell’Africa. Non sarebbe mai più tornata in Olanda. Vagò, per mesi e mesi, lungo i confini inquieti di quel continente. Alla fine approdò ad Algeri. Una porta che poteva aprire nuovi spiragli verso le piste che, oltre il Sahara, l’avrebbero ricondotto nell’Africa nera.  Alexandrine Tinné, bella e ricca, sarà la prima donna bianca a tentare di attraversare il deserto arido più grande del mondo.

 E’ tempo di mettersi in cammino. In deserto l’arte della pazienza è una virtù, ma, qui, all’ombra di un antico minareto, non riesco a coltivarla. Alexine non mi dà pace. Pone domande alle quali non vi è risposta. Vado a cercare gli autisti. Sono distesi al riparo delle loro macchine. Sono abituati ai bianchi, si rimettono in movimento senza protestare. Sono passate solo tre, forse quattro generazioni di tuareg da quando quella donna olandese aveva incontrato i loro bisavoli. Ci dirigiamo verso le dune dell’edeyen di Murzuq. Con un balzo scavalchiamo il primo cordone, scendiamo con destrezza, facciamo uno slalom, prendiamo velocità, risaliamo. Rimaniamo in equilibrio sulla cresta di un’altra, grande duna. E’come se le ruote posteriori della macchina fossero ancorate alla sabbia. E adesso non ho occhi che per un riflesso che non c’è. Tutti cerchiamo uno specchio. Lo specchio di Alexandrine. Dovrebbe essere qui. Speriamo che il sole al tramonto lo illumini all’improvviso. Ma sappiamo di non avere alcuna speranza. Forse l’antenato di un predone targhi lo ha ancora. Nascosto nella sua tenda. Più probabile che sia andato in frantumi. Alexine aveva lasciato Murzuq alla fine di luglio del 1869: voleva raggiungere la lontana oasi di Ghat. Prima di lei solo altri due europei, avvertono cronache incerte, avevano vagato per il Sahara dei tuareg. E poi, questo edeyen, verso il quale stava dirigendosi, era sconosciuto perfino al popolo nomade delle sabbie. Forse siamo venuti fin qui, cento e quaranta anni dopo di lei, solo per cercare tracce che non ci sono. Che fine avrà fatto il suo grande specchio? Dicono che lo avesse comprato al Cairo e che fosse capace ‘di raffigurarla tutta’: ‘la ricopiava dai riccioli alle punte degli stivaletti’.

 Alexine non era una viaggiatrice leggera. Non si nascondeva. Non si travestiva da uomo, non celava la sua ricchezza, affrontava ogni viaggio portandosi dietro un accampamento fastoso. Assomigliava a una sultana. Alcuni sono certi della sua conversione all’Islam. Cavalcava il suo dromedario protetta da un baldacchino di lino. Al Cairo, oltre lo specchio aveva comprato ‘un comò intarsiato e lucente e un tavolo complicato di tiretti segreti’. A leggere quanto voleva portare in mezzo al Sahara si rimane interdetti. Al fratello chiese di spedirle: un microscopio, una macchina del ghiaccio, una sveglia, sete colorate, inchiostro simpatico, una macchina fotografica Debroni, un altro piccolo specchio, tessuti rossi e neri, velluti, tè verde, venti scatole di dolci natalizi, fazzoletti di cotone, venti estratti di carne Liebig, un piccolo cannone che spari dritto, cinquanta pistole, qualche spazzolino da denti e del dentifricio, polvere contro le febbri….

 Le pagine di Duveyrier popolarono di sogni e progetti i giorni algerini di Alexine. Non le piaceva quella città. Voleva ricominciare a viaggiare. Strano, vi è sempre un momento nella vita inquieta di un viaggiatore in cui qualcosa accade. Duveyrier, ad appena diciotto anni, aveva raggiunto l’oasi di Ghardaia e lì aveva intravisto, come un miraggio, un uomo alto, dinoccolato, che indossava una lunga tunica azzurra e aveva il capo coperto da uno cheche che lasciava spazio solo agli occhi. Quell’apparizione segnò il destino del giovane francese. Alexine, all’oasi di Touggourt (luogo simbolo, una frontiera: in arabo sta per ‘cancello’), celebre per i suoi datteri, vide partire una carovana verso il cuore del Sahara. Pensò di staccarsi dal suo seguito, di abbandonare i suoi bagagli e di attraversare il deserto assieme a quei silenziosi tuareg. Ne ammirò la lentezza, l’aria indomita. Intuì il patto di sangue che legava quegli uomini ad una natura impietosa e meravigliosa, ostile, ma sorella. Ne rimase ammaliata. Oltre mezzo secolo più tardi, in Mauritania, sulle sponde dell’Atlantico, confine fra le onde del Sahara e quelle dell’oceano, il giovane Thèodore Monod abbandonò una carriera di biologo marino solo perché vide partire una carovana di nomadi verso un universo sconosciuto. Scese dalla sua nave e scelse di perdersi in Sahara. Divenne il più grande fra i sahariani del ‘900. Il destino, a volte, è racchiuso in un movimento, in una immaginazione improvvisa, in un silenzio. A Touggourt, Alexine guardò la carovana svanire oltre le prime dune e decise: avrebbe attraversato quel deserto ancora inesplorato, avrebbe raggiunto ‘le viscere dell’Africa’ avventurandosi in quell’oceano di pietre e sabbia.

 Tripoli, allora città in mano a governanti turchi, fu la sua base di partenza. Alla fine di gennaio del 1869, la nuova carovana di Alexandrine era pronta a partire. Settanta dromedari. Solo due occidentali la seguirono in questa nuova avventura, due fedeli marinai, Arij Jacobse e Cornelius Oostmans. Fu una marcia lenta e penosa. Bisognava attraversare un’infinita hammada, impietoso deserto di pietre grigie. Era ciò che Alexine più amava: la monotonia del viaggio. Numerose carovane di negrieri risalivano le piste che lei stava discendendo. Ricorderà una donna picchiata a sangue dai suoi razziatori. Solitudine dopo solitudine, miglia dopo miglia, intoppo dopo intoppo, Alexine sentiva avvicinare il suo orizzonte. A volta sostava in un’oasi, gli occhi degli uomini incrociavano sorpresi questa donna occidentale e rimanevano senza espressione, si facevano di acqua, non osavano avvicinarsi e ‘a lungo la ripensarono nei silenzi orientali’. Era già marzo quando i suoi dromedari affondarono i loro passi negli acquitrini malsani che accerchiavano Murzuq, la città degli schiavi. Alexine, ‘carica di cose necessarissime e stracarica di fanfaluche’, era la prima donna bianca a camminare per i suoi vicoli.

 Murzuq era un piccolo villaggio. Case di fango e di sale. ‘Era come se fosse stato percorso da un terremoto’, scrisse Alexine. Ora dobbiamo decidere a chi credere: i biografi dicono che la giovane donna fu accolta dallo sceicco Ibrahim ben Alkia, massima autorità religiosa di Murzuq. Nelle pagine del libro che mi ha condotto fino a qui, il vecchio ufficiale coloniale, perso nelle sue fantasticherie, ricorda che furono il negriero Abdallah e suo fratello Sidi Mohammed ad accogliere l’esploratrice nella loro casa a due piani. Ma, forse, è più vero che Alexine affittasse una piccola casa. Dove dormiva in una stanza senza finestre. Spesso sedeva in un cortile chiuso da alte mura. O magari si sistemò davvero nella casa dei due mercanti di schiavi e la riempì con i suoi mobili: ‘la solitaria casa diventò una reggia con la regina’, è scritto nel romanzo che sto rileggendo. Una sorpresa: Alexine non era la sola straniera nell’oasi. Qui era appena arrivato anche Gustav Nachtigal, esploratore prussiano, giovane come lei, diretto anche lui verso le terre dell’impero del Kanem-Bornu. Alexine si insabbiò. Passarono i mesi. I due fratelli erano premurosi e gentili. E lei avrebbe potuto innamorarsi di Gustav. Ne fu tentata, lo so. Avrebbe, almeno, potuto seguirlo nel suo viaggio verso quel regno lontano: in fondo, anche per strade diverse, avevano la stessa meta. Ma Alexine voleva seguire la sua strada solitaria.

 Venne anche il giorno dell’incontro con Ichnuchen, l’anziano capo del kel Ajjer, il clan che raggruppava i tuareg di questa vasta parte del Sahara. Era carico di anni: doveva averne almeno ottanta. Uomo di prestigio, pratico, saggio, controverso. Era abituato ai bianchi: pochi anni prima aveva incontrato Duveyrier. Doveva pensare che gli europei fossero strana gente: prima era arrivato un ragazzino, ora questa donna. I suoi occhi, seminascosti dal velo, mostravano una gentile curiosità per Alexine. I suoi gesti tradivano una sorpresa quasi divertita. Ichnuchen si presentò da par suo. Come un re delle sabbie. Lei lo aspettava nel wadi al Garbi, una valle a occidente di Murzuq. All’improvviso, dopo alcune ore impazienti, l’orizzonte si mosse. Alcuni cavalieri apparvero dietro la cresta di una bassa duna. Spronarono i loro dromedari, li spinsero al galoppo, sfoderarono le loro spade. Fu un turbine. Una tempesta entusiasmante. Alexine era troppo affascinata per spaventarsi. Quegli uomini perfetti erano l’avanguardia della corte regale di Ichnuchen. Il vecchio amenokal sapeva farsi attendere. Arrivò il giorno dopo. Maestro di scenografia, era attorniato da trecento tuareg abbigliati con le loro vesti da festa. Veli neri e blu indaco lasciavano intravedere solo gli occhi e i nasi aquilini. Le loro tuniche scintillanti volavano al vento. Uno spettacolo da meraviglia. ‘Hanno una maniera di ridere che ti rimane nelle orecchie’, pensò, irrispettosa, Alexine dopo gli interminabili saluti. In realtà era felice di stare in mezzo a quegli uomini che le apparivano straordinari. Ichnuchen e la giovane donna passarono ben quattro giorni assieme. Alexine aveva bisogno della protezione del vecchio capo targhi per poter attraversare i territori di Ghat e i grandi deserti del Sud. Ichnuchen ascoltò, accettò i doni di Alexine, promise, fissò un nuovo appuntamento nella sua oasi. Pensate: l’avrebbe attesa a Ghat, là dove nemmeno Duveyrier era riuscito ad entrare.

Nessuno ora poteva più fermare la donna. Non valsero le suppliche dei due anziani fratelli. In pochi giorni la sua carovana era nuovamente pronta a partire. Abdallah accompagnò Alexine ai confini del villaggio e rimase a fissare l’orizzonte ‘finchè il buio gli spense la vista’. I suoi occhi cercarono di seguire fin quando fu possibile ‘il manto bianco’ della donna. ‘Non la vedremo mai più’, avrebbe, poi, sussurrato al fratello. All’improvviso sentirono addosso tutto il peso della vecchiaia e del loro smarrimento. Dietro a sé, Alexine lasciava sempre nostalgie irrimediabili.

 Il potere di Ichnuchen non era più solido nei deserti del Sahara centrale. Comandava da troppi anni. Era vecchio, indebolito, gli eserciti coloniali francesi già premevano sulle terre dei tuareg. Giovani capi arroganti si contendevano una possibile successione. Alexine non poteva interpretare gli equilibri politici fra i kel tuareg. Lei aveva attenzione solo per il viaggio. Non avrebbe mai ascoltato un richiamo alla prudenza. Partì. Verso occidente. Per alcuni giorni costeggiò l’inattraversabileedeyen di Murzuq. Si fermò, colpita dalla bellezza del luogo, nel wadi Shergui. Proseguì. Poi tutto accadde con la violenza di un fulmine inatteso. Era la mattina del primo giorno di agosto del 1869. Una banda di sei arabi e nove tuareg galoppò verso l’accampamento di Alexine. Era l’alba, ma il sole era già caldo. Un giovane  capo targhi, pieno di rancori, faceva parte di quel gruppo di uomini: voleva offendere l’autorità di Ichnuchen, voleva mostrare come il vecchio capo non potesse più garantire protezione a nessuno. Doveva uccidere Alexine. I banditi aggredirono gli uomini della carovana, un colpo di lancia uccise il marinaio Arij. Alexine gridò, alzò le mani, cercò di soccorrere il suo compagno di viaggio. Ci fu uno sparo. O, forse, un colpo di pugnale. Cadde. ‘Pallida sulla sabbia’. Morì. Venne ucciso anche il secondo marinaio. La banda razziò l’accampamento. Gli aggressori scomparvero all’orizzonte.

Sei persone sopravvissero all’eccidio. Tornarono a Murzuq, raccontarono quanto era accaduto ai due fratelli. Abdallah sentì le lacrime uscire dai suoi occhi. Il vecchio, pur avvezzo al commercio degli schiavi, avvertì una nebbia di disperazione nascondere la sua vista. Si chiese se Alexine era davvero esistita oppure se fosse stata solo ‘un lanuginio della sua povera vecchiaia’. Il corpo di Alexine non venne mai ritrovato. La notizia della sua morte arrivò a Tripoli venti giorni più tardi. Il Timesvi dedicò la prima pagina agli inizi di settembre. La famiglia di Alexine scelse il silenzio. Quella parente aveva scelto l’Africa e loro non potevano capire: meglio dimenticare. Anche se all’Aia, fu costruita, in sua memoria, una chiesa episcopale: sarà bombardata e distrutta durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche le sue collezioni etnografiche, custodite in un palazzo di Liverpool, verranno cancellate dalle bombe tedesche sul porto inglese. Anche questo un destino? Nessuna memoria alle sue spalle. Chissà se a Juba, nel profondo Sudan meridionale, vi è ancora il suo nome inciso su un piccolo cippo che ricorda gli esploratori che si avventurarono nel cuore dell’Africa.

 Quanti anni erano passati? Fra un po’ di tempo saranno cento, pensò il giovane tenente che aveva ascoltato il racconto dell’anziano ufficiale coloniale. Erano tempi di guerra in Libia, ma lui non riuscì a togliersi dalla testa Alexine. Pensò: avrebbe potuto fare un’altra vita? Trovare pace? Se avesse avuto una seconda opportunità, sarebbe partita nuovamente? Si scoprì innamorato di quella donna. Accadeva a chiunque la incontrasse. Ma lei sfuggiva. I suoi occhi, colmi di malinconie, erano già oltre. L’orizzonte guidava la sua inquietudine. Non poteva essere fermata una stella cadente. E allora il tenente, una volta che fu solo silenzio attorno a lui, si convinse che Alexine ancora vagava per il deserto ‘cercando di dar vita a ciò che in vita non aveva voluto, né atteso, né ricercato’. Lui la vedeva. Ne seguiva i passi sulla sabbia. La incoraggiava. I piedi della donna, scalzi, affondavano nella sabbia, ma lei non desisteva nell’affrontare la salita di quella duna. Scomparve oltre la cresta.

Non fu il solo, quel tenente, a sognare Alexine. Non fu il solo a crederla viva. Erano passati ventisei anni dall’agguato nel deserto di Murzuq. Anzi: era, 31 luglio del 1895, la vigilia dell’anniversario della sua morte. Chi poteva ancora ricordarla? Eppure qualcuno sobbalzò aprendo quel mattino il Daily Telegraph: vi era scritto che Alexine era sopravvissuta all’agguato. Era una cronaca dettagliata: è vero, i suoi compagni, i due marinai olandesi, erano stati uccisi, ma lei fu risparmiata. Era stata fatta prigioniera, trascinata via e, mesi dopo, venduta a un targhi di nome Eghmissea. Divenne sua moglie. Chi aveva incontrato questa donna bianca in mezzo al Sahara (la sua nuova famiglia nomadizzava nei deserti dell’Air) ne ricorda la grande serenità. Ebbe tre figli, Alexine. La figlia era già sposata. Quasi trent’anni dopo la sua scomparsa, Alexine riappariva. Per poi svanire immediatamente: la sua tomba, vigilata da una croce di palme, era in una piccola moschea a molti giorni di cammino da Agadez. I tuareg la conoscevano come La Credente.

Ho incontrato Alexine nelle pagine di un vecchio libro, scritto in un italiano straordinario. Mario Tobino raccontò ‘Il deserto della Libia’ con parole lente e meravigliose. Non so come abbia potuto, tanti anni fa,  sapere di Alexandrine, ma dieci pagine del suo libro sono dedicate a lei. Questa donna non ha lasciato tracce dietro di sé, i pochi studi  che la ricordano sono di questi ultimi anni. E sono tutti incompiuti, incapaci di comprenderla. Forse non è possibile. Un filo di nostalgie ha segnato il viaggio di Alexine. Il deserto conserva e custodisce: questa nostalgia sarà arrivata anche agli orecchi di Mario Tobino? Ovunque Alexine andasse donava la sensazione della bellezza e della impossibilità. Tutti avrebbero voluto fermarla, salvarla, consolarla. Tutti avrebbero voluto per lei giorni di pace. Nemmeno io riesco a liberarmi di lei. Come se mi fosse attorno e non riuscissi a vederla. Immaginarla, sì, questo sì. Guardo le dune del Murzuq e so che da qualche parte, introvabile, c’è un accampamento strano. Appoggiato al palo di una tenda vi è un grande specchio. Il sole sta per riflettervi il suo tramonto. Una donna vi  si avvicina con un sorriso leggero.

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